Succede, a ridosso di un'unica settimana dicembrina, ch'io visiti la mostra di Alma Tadema nel Museo archeologico di Napoli e poi, per caso, la collezione Pèrez Simòn esposta presso la Fondazione Memmo in Palazzo Ruspoli a Roma. Fra i quadri di questa collezione, che viene da Città del Messico, una selezione fulminante con pochi ma magnifici pezzi che vanno dal Rinascimento all'Impressionismo, c'è un Alma Tadema che Napoli non ha potuto esporre: «Le rose di Eliogabalo». Lawrence Alma Tadema è la sintesi estremista e bizantina della passione antiquaria dell'Ottocento che in tutto somiglia alle ossessioni pop-moderniste del Novecento. La maniera vince assai spesso sull'emozione: il pittore dei marmi, così bravo a dipingere questo materiale da renderlo centrale in molte sue composizioni (e certo fa la sua impressione vederlo lumeggiare nella Sala della Meridiana o dopo aver passato qualche minuto nell'ennesima visita alla Collezione Farnese) è in fondo vittima del suo raffinatissimo senso estetico. Ma ogni tanto, come capita in questo quadro che vedo a Roma, succede il miracolo: improvvisamente, nella furia volante delle rose che tormentano la tela, ventosa, tridimensionale, soffiata, compaiono i volti straniti di alcuni personaggi e una composizione più antica dell'antiquario Ottocento - e al tempo stesso più moderna - ci prende di sorpresa. Siamo precipitati in una giornata estiva in costiera. Ne avevamo la sensazione già in altri quadri, dove gli amanti si guardano dalle balaustre, il mare assolato e accecante, la perfetta maestria tecnica che si dissolve nella temperatura di una stagione, in un luogo della memoria, ma in questo quadro forse l'apice è raggiunto. Così, tocca ritornare dentro il Museo archeologico a guardare i vetri e le statue, i bronzi e i mosaici, per riconoscere il bisogno di rendere vivo il passato, così strenuo in Alma Tadema e in molti suoi contemporanei, questo bisogno di far rivivere i morti che era in Gautier quando visitava Pompei e vi vedeva il fantasma vampiresco della matrona Arria Marcella, che conquistava Henry James o Edith Warthon, che tormentava gli stranieri e gli italiani, che disgustava oltre modo Leopardi in visita a Roma. E non è poi mutata quest'ossessione se pensiamo alle facce mortuarie che aleggiano nei video musicali, alle citazioni da Edgar Allan Poe del punk e, al tempo stesso, al neoclassicismo imperante di tanto design contemporaneo, anche del più essenziale. Da due secoli e più il passato ci ossessiona, come non accadeva da tempo, e tutti siamo impegnati a far rinascere Frankenstein, andando dal chirurgo plastico, riesumando governi, mode, miti, generi e discorsi già consumati. Così guardo il Museo archeologico, o Palazzo degli Studi, suo vero nome originario, e riconosco le tracce di questa continua metamorfosi che sedimenta il passato. Era nato, il palazzo, come Cavallerizza, ovvero come sede degli armati a cavallo spagnoli. L'aveva voluto l'odiatissimo viceré d'Ossuna, che sull'esercito fidava molto e come ogni dittatore di ogni tempo vedeva nella repressione armata la sua unica credibilità, per spostare la cavalleria dalla Maddalena alla Porta di Santa Maria di Costantinopoli, zona più salubre (alle spalle sarebbe sorta appunto la Sanità). Ma mentre si edificava il palazzo sotto la direzione di Giovan Vincenzo Casale ci si era accorti, nonostante la presenza dell'oggi estinto fiume Sebeto, che acqua fin lì non ne arrivava e che quindi era fuori discussione alloggiare truppe e tanto meno cavalli lontano dai beveraggi. Così i lavori si erano interrotti: di quella fabbrica resta ancora l'uscita che dà su Santa Teresa degli Scalzi, chiusa da tempo remoto, che recava un'iscrizione oggi conservata nel Museo di San Martino a ricordo dell'impresa di Ossuna. Il viceré si macchiò di una grave slealtà aspirando alla corona di Napoli, niente di meno, e così venne sostituito e la Cavallerizza - viene automatico il parallelo con le altre edificazioni simili in Italia, a Torino, ad esempio - venne abbandonato e solo nel 1612 il nuovo viceré, il conte di Lemos, vi rimise mano per trasformare il palazzo nel Palazzo degli Studi (anche in questo caso nuova targa commemorativa oggi a San Martino, dove però regna più poesia: «...l'area una volta occupata dalla Cavallerizza, con buon auspicio delle Muse, viene destinata ad erudire gli ingegni. E così diventa realtà il mito secondo il quale la fonte della sapienza è scaturita dallo zoccolo equino»). Vi lavorano il figlio di Domenico Fontana, Cesare, e poi, dopo la partenza di questi per la Spagna, Bartolomeo Picchiatti. Ma i lavori s'interrompono di nuovo, almeno fino al 1688, quando, dopo un tremendo terremoto, si sposta qui il Tribunale mentre l'Università degli Studi torna in una vecchia sede a San Domenico Maggiore. Nel 1701, regnante il viceré Medinacoeli, patrono delle arti ma detestato quasi quanto Ossuna, la vecchia Cavallerizza torna alla sua funzione ospitando truppe, durante la congiura detta di Macchia e narrata dal Vico, poiché la repressione popolare scatena quasi la guerra civile. Ed è solo con Carlo III di Borbone, sovrano illuminato, che il Palazzo degli Studi inizia a trasformarsi nel museo che oggi conosciamo: è il 1735 quando il re incarica Giovanni Medrano di rimettere mano ai lavori per accogliere la Biblioteca Farnesiana ereditata dalla madre, Elisabetta Farnese. Inizia così la peripezia architettonica dell'edificio che dal Mediano passa a Ferdinando Sanfelice, quindi a Ferdinando Fuga, poi a Pompeo Schiantarelli, quindi a Pietro Bianchi e ad Antonio Piccolini: duecento anni di trasformazioni sostanziali, dentro e fuori il palazzo. Ma sotto Carlo III iniziano gli scavi di Pompei ed Ercolano, si accumulano i tesori scoperti e il palazzo viene destinato a raccoglierli e, se ai primi dell'Ottocento ospita ancora diverse Accademie, con il Novecento si fa spazio alle sole collezioni d'arte e archeologiche. La Biblioteca si sposta nel 1925 a Palazzo Reale, dove ancor oggi è, e le collezioni «moderne» vanno a Capodimonte. Nasce così il Museo archeologico nazionale. Adesso, poiché c'è ancora l'occasione per pochissimo di vedere Alma Tadema fra le mura che meglio riassumono l'ossessione per l'antico e la possessione che il passato esercita su di noi, inspiegato precedente al nostro esistere, andate a dare un'occhiata. Qualche statua allungherà la mano a trattenervi, qualche dea vi sedurrà negli angoli di servizio, tedeschi intruppati si lamenteranno del chiosco all'aperto che nei giorni di pioggia ammazza, nel cortile, i baristi. Qualche cavallo rampante vi sembrerà nitrisca, forse in ricordo dei tempi in cui cavalli veri, e assetati, venivano intruppati in queste stanze altissime.
Il Mattino
30 Marzo 2008
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Antonella Cilento
Il Mattino
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Bene culturale
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