È vero che l'inarrestabile proliferazione delle mostre rende ormai oziosa ogni discussione sulla loro opportunità, ma quando ci si imbatte in una vera rassegna vale la pena di soffermarsi e improvvisamente riflessioni, dubbi e nostalgie di qualità tornano attuali. L'appuntamento fiorentino, La reggia rivelata (catalogo Giunti), ritrova anche il senso della parola mostra, quello cioè di rivelare qualcosa di speciale; Palazzo Pitti, con i suoi cinque musei (Galleria palatina con gli Appartamenti monumentali, Galleria d'arte moderna, Museo del costume, Museo degli argenti e delle porcellane), era già sotto gli occhi di tutti, ma questa volta, dopo aver lucidato gli argenti di famiglia, da museo diventa visitabile come reggia, esibendo se stesso. Tre volte reggia dal 1594 sotto i Medici, poi con i Lorena (dal 1765 al 1859) e infine sotto i Savoia torna ora a esserlo dopo tredici anni di lavori che hanno riguardato anche il cortile, il giardino, i restauri delle statue e di quel capolavoro manierista che è la Grotta grande nel giardino di Boboli, un bizzarro ibrido fra il rigore dell'impianto architettonico, impostato dal Vasari, e la decorazione a conchiglie, alghe, spugne e rocce di Bernardo Buontalenti. La parata espositiva comincia nel cortile monumentale di Bartolomeo Ammannati dove sono stati collocati alcuni marmi antichi; prosegue sullo Scalone abbellito da statue manieriste e barocche; segue negli Appartamenti reali e nella Galleria palatina con una raccolta di statue commissionate o raccolte da Cosimo I e Ferdinando I. Un affollamento di marmi e bronzi (non filologico, ma, appunto, spettacolare) che culmina cronologicamente con la Venere italica del Canova. Finalmente un po' di protagonismo per la statua che lo scultore neoclassico non voleva proprio mettere al Pitti, raccomandando invano al granduca di portarla agli Uffizi, dove avrebbe avuto più visibilità presso il pubblico.