Tre diversi concorsi per prestigiose istituzioni museali si sono risolti assegnando gli allestimenti non ai vincitori ma a chi proponeva pressi "stracciati" Caro Direttore, negli ultimi mesi sono stati resi noti i vincitori di tre concorsi banditi per realizzare i nuovi allestimenti del Museo Egizio, del Museo di Scienze Naturali, della Reggia di Venaria (questi due ultimi banditi dalla Regione Piemonte). Tre «gioielli» della città di Torino. La cosa sorprendente è che al Museo Egizio è risultato vincitore il gruppo classificato terzo per quanto riguarda la valutazione del progetto vero e proprio, al Museo di Scienze Naturali il progetto classificato quarto, e alla Reggia di Venaria (sezione «Galleria del Paesaggio») addirittura il progetto classificato sesto. Come mai? Come è possibile che tre luoghi magici come questi, che dovrebbero essere valorizzati grazie ai progetti giudicati migliori, subiscano invece questa sorte? La parola per capire il mistero è: «ribasso». Al Museo Egizio ha vinto il gruppo terzo classificato perché il compenso chiesto dall'architetto era più basso, e nel punteggio finale questo ribasso, in base al regolamento, è stato determinante. Per i concorsi per il Museo di Scienze Naturali e per Venaria il meccanismo era diverso, ma la logica era la stessa. Scrivo queste righe perché ero stato sollecitato da varie parti a partecipare al concorso per il Museo di Scienze Naturali, e avevo aderito con estremo piacere perché pensavo di poter fare qualcosa di utile alla mia città. Mi sono impegnato moltissimo per realizzare un progetto per quanto possibile originale e di qualità, con l'aiuto di un forte gruppo di professionisti, architetti, scenografi. Il progetto è stato giudicato il migliore, ma il concorrente classificato quarto, grazie a un maxi-ribasso, ha ribaltato l'esito della gara (malgrado il giudizio della Commissione lo avesse ritenuto «un allestimento poco coinvolgente»). Ora, vorrei richiamare l'attenzione su un punto importante che riguarda questo tipo di concorsi, per evitare che altri «gioielli» in futuro facciano la stessa fine. Un ribasso, infatti, ha senso quando tutti i concorrenti debbono fare le loro offerte su un unico incarico, ben dettagliato (per esempio ridipingere la facciata di un palazzo, con tutte le specifiche ben precisate). Ma in questo caso i progetti erano tutti diversi, e in undici pagine ogni concorrente aveva condensato le idee-guida della sua proposta, senza ovviamente poter dettagliare con esattezza la qualità degli allestimenti e il numero (e il tipo) degli oggetti da acquisire ed esporre. Che senso ha quindi valutare un «ribasso» se non si sa nel dettaglio di cosa si sta parlando? È come se qualcuno decidesse di stanziare un milione di euro per costruirsi una bella villa, completa di mobili e quadri, e tra i disegni presentati dai vari progettisti scegliesse quella che gli piace di più; ma fosse obbligato a comprare quella che gli piace di meno, solo perché costa di meno! Senza neppure sapere quali saranno in realtà le rifiniture, il numero e il tipo di mobili e di quadri, ecc. Voi comprereste una tale casa? Ma la cosa più sorprendente è che il nostro progetto aveva ottenuto un punteggio talmente alto che sarebbe risultato comunque vincente anche di fronte al maxisconto del 4 classificato. Sennonché la formula matematica applicata in questa particolare circostanza risultò alterata. Per un «errore materiale» era stato addirittura invertito il numeratore con il denominatore. Come mai? Da chi? Questo errore alterò, ovviamente, tutto il conteggio dando un peso sproporzionato alla voce «ribasso», e attribuendo così la vittoria al concorrente maxi-ribassista. Le sorprese non finiscono qui. Lo stesso errore era stato compiuto nella gara per la Reggia di Venaria. In questo caso però la Commissione incaricata (anche questa dalla Regione Piemonte) non assegnò la vittoria al 6 classificato maxi-ribassista (era lo stesso del Museo di Scienze Naturali), ma dichiarò testualmente: «Per mero errore materiale... la formula matematica contenente il riferimento al prezzo (P) è stata erroneamente trascritta invertendo il numeratore col denominatore e pertanto risulta inapplicabile» (per capirci: è come se invece di scrivere 4:2 si scrivesse 2:4!...). Ed ecco ancora un'altra sorpresa: nel nostro caso la formula venne invece ritenuta valida, e puntualmente applicata! I giudici amministrativi investiti del caso (l'ultimo pronunciamento è dei giorni scorsi) si sono limitati sostanzialmente ad attenersi alla forma, e alla formula così com'era apparsa sul bando. Ultima sorpresa: la Regione, il giorno prima dell'udienza del Tar, quindi senza nemmeno attendere un eventuale giudizio sulla questione, aveva già firmato il contratto con la ditta del maxi-ribasso. Credo che tutto questo non abbia bisogno di commenti. Ringrazio l'assessore Gianni Oliva per la fiducia e la stima che ha sempre mostrato nei nostri confronti. Penso però che i torinesi debbano essere consapevoli che qualcosa non funziona nei meccanismi destinati a tutelare i loro beni culturali. E che sarebbe urgente correre ai ripari.