Un convegno intemazionale per discutere l'intervento Titanio e pietra millenaria, argani e geolaser ad alta risoluzione, indagini ultrasoniche e rilievi locali, sofisticata tecnologia e sapiente lavoro artigianale hanno agito in sinergia per realizzare un intervento archeologico che la dice lunga sul progetto politico di valorizzazione del territorio e sviluppo economico di una regione che ha deciso, sta decidendo, di fare delle proprie risorse e del patrimonio culturale il volano per il sostentamento delle nuove generazioni. Stiamo parlando di un restauro, un importante intervento di ripristino conservativo di una parte della vasta area archeologica che sovrasta Olmedo. Quello di Monte Baranta, è uno dei più importanti siti archeologici dell'età prenuragica, un raro esempio, qui come nel resto dell'Europa, (non a caso l'area è citata nel dizionario europeo di preistoria di André Leroi Gourhan) degli insediamenti dell'età del rame (cultura di monte Claro) risalenti al 2500 avanti cristo. Circa cento metri di «muratura a secco» di uno spessore che supera i cinque metri che racchiudono il complesso megalitico con tanto di recinto-torre a forma di ferro di cavallo, sei capanne quadrangolari e un'area circolare con menhir. Un sito circoscritto e protetto da 200 ettari di macchia mediterranea recentemente acquisita dal Comune per volere di un sindaco lungimirante che intende farne un parco archeonaturalistico che domina Olmedo (paese di 3400 anime a pochi chilometri da Alghero e dal suo aeroporto), guarda il mare della Riviera del corallo e spazia sulla campagna della Nurra. Una posizione considerata fino a qualche tempo fa poco felice rispetto ai vicini centri costieri più fortunati e baciati da un opulento flusso di turismo estivo e oggi, proprio in vista dei risultati della valorizzazione delle zone interne, custode di buone opportunità. Quella del turismo culturale e ambientalistico è decisamente una delle migliori. L'orgoglio è evidente, l'entusiamo inesuarito e la soddisfazione per essere riusciti a portare a termine un lavoro di tale importanza, smisurata. Marcello Madau, archeologo e autore del progetto di restauro, insieme a Giuseppina Manca di Mores che ne ha curato la parte tecnologica, avvalendosi dell'aiuto di un'equipe altamente specialista di Trieste, e l'architetto Sandro Roggio responsabile del metodo delle scelte e delle prospettive sono il gruppo di lavoro e progettazione che ha riportato a nuova vita e a nuove speranze il sito scoperto dall'archeologo Alberto Morayetti che ha scavato e conta di continuare a farlo intorno all'area archeologica che pare nasconda ancora nelle sue viscere interessanti sorprese. Loro, ma non solo, sono gli artefici di un recupero e restauro del quale si parlerà in un importante convegno internazionale in programma per sabato ad Olmedo, nella sala dell'auditorium comunale, al quale parteciperanno, oltre agli organizzatori e al sindaco di Olmedo, Luigi Ruiu, che i lavori ha fortemente voluto e in parte finanziato (l'intervento è costato circa 400 milioni di euro per la gran parte dovuti alle risorse dell'8 per mille previsto per interventi del genere dallo Stato) anche autorevoli ospiti. Un convegno che valica i confini nazionali grazie alla presenza di esperti quali Joseph Cesari, Juan Camara Serrando e Anthony Bonanno che arriveranno dalla Corsica, dalla Spagna e da Malta per illustrare esperienze simili o paragonabili anche nelle diversità nei loro luoghi di origine. Lo scopo del convegno, oltre a illustrare i lavori alla soprintendenza archeologica per la Sardegna che parteciperà ai lavori e al presidente della regione, Soru, e al suo assessore alla Cultura, Maria Antonietta Mongiu, è quello di aprire un dibattito e un confronto su interventi del genere fatti in varie parti d'Europa. Scuole di pensiero, metodi e finalità che non sempre coincidono, ma che hanno un'anima comune: quella di rendere accessibili al pubblico, aprire al turismo e restituire alla cultura patrimoni archeologici che caratterizzano le aree del Mediterraneo compresa quella sarda che in fatto di unicità ha molto da raccontare. Un capitolo è stato aperto a Monte Baranta con grande soddisfazione di chi ha lavorato perché questo accadesse (compresa la ditta di operai specializzati, la Irei, con un capo cantiere archeologo che arriva dalla vicina Villanova Strisaili) ma anche di chi come la cooperativa di giovani del posto che si è già costituita e andrà a gestire questa nuova esperienza. Altri siti sono pronti a fare altrettanto. Solo nell'isola aree archeologiche che hanno caratteristiche analoghe a quelle di Monte Baranta si trovano a Monte Ossoni (Castelsardo), Punta S'arroccu (Chiaramonti), Sa Mandra Mannu (Tuia), Fraicata (Bortigiadas), Monte Mazzolu (Calangianus) e Salbaredda (Tresnuraghes). Se si esclude quest'ultimo sito che appartiene alla provincia di Oristano, gli altri si trovano nel territorio di Sassari; tutti pronti a ricevere interventi che restituiscano loro la fama che meritano.
Sardegna. Porte aperte su Monte Baranta
Un convegno internazionale si terrà a Olmedo per discutere l'intervento archeologico di Monte Baranta, un sito prenuragico importante. L'intervento, realizzato con tecnologia avanzata e sapiente lavoro artigianale, ha restituito la struttura originale del sito, che risale al 2500 a.C. Il convegno sarà organizzato dalla soprintendenza archeologica per la Sardegna e sarà partecipato da esperti internazionali. L'obiettivo del convegno è aprire un dibattito su interventi archeologici simili in Europa e promuovere il turismo culturale e ambientalistico.
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