I silos granai di Foggia sono beni culturali, tutelati dalla Repubblica in quanto «sito di archeologia industriale di interesse storico artistico». La Soprintendenza ai Beni architettonici di Bari e Foggia ha avviato il procedimento per imporre il vicolo alle grandi costruzioni, realizzate nel 1937, che sorgono alle porte di Foggia, sulla via per Manfredonia. Si tratta del primo vincolo di tutela posto ad un edificio del genere in Italia e, per Foggia, in assoluto del primo vincolo per una «archeologia industriale». L'annuncio ufficiale sarà dato domani, a Foggia, in occasione del convegno «Archeologia industriale in Puglia passando per la Puglia». Molto gettonati i silos in Puglia per questa Settimana della Cultura: a Bari, i cilindri di cemento armato nel porto saranno colorati dagli allievi dell'Accademia di Belle Arti. Ma domani si parlerà anche di altre architetture industriali meritevoli di tutela, come lo stabilimento per la sofisticazione del sale a Margherita di Savoia. Opifici, ferrovie, mattatoi, distillerie e mercati: il riconoscimento del valore delle architetture industriali ha modificato il concetto di «monumento» al quale pure con cocciutaggine si ritorna, nonostante il Codice dei Beni culturali definisca il moderno concetto di bene culturale «quale testimonianza avente valore di civiltà». Il critico francese Dominique Rouillard nota nel volume Architectures contemporaines et monuments historiques (Le Moniteur ed.) come «la riabilitazione degli edifici industriali abbandonati -inizialmente i più lontani dal monumento e con nuove affettazioni totalmente libere, senza la temuta sterilizzazione per essere classificati come monumento storico - e la riuscita della loro riconversione hanno favorito grandemente le iniziative sui monumenti tutelati» e hanno condotto ad apprendere di nuovo «una pratica inscritta nella storia: fare progetto con l'esistente è un approccio recente, sin dal momento in cui interviene come teoria del progetto stesso, e non come necessità oppure occasione fondiaria». L'archeologia industriale non ha modificato però - almeno in Italia - le strategie del restauro: valgono tutt'ora e comunque i principi fissati dalla Carta del Restauro del 1972, sebbene nella pratica il criterio della arbitraria riconquista della «unità potenziale» dell'opera ha sempre la meglio su quella che Cesare Brandi definiva in Teoria del restauro (Einaudi ed.) la «seconda storicità» di cui è dotata l'opera d'arte - come l'opera d'architettura - e che «le proviene dal fatto di insistere nel presente di una coscienza e dunque una storicità che ha riferimento al tempo e al luogo dove in quel momento si trova». In questa direzione va il Drag, il Documento regionale di Assetto generale della Puglia che da attuazione alla Legge urbanistica regionale e fissa i criteri per i Piani urbanistici generali: la Regione considera le architetture di qualità - senza alcun limite epocale quali «invarianti strutturali» nell'ambito dei «contesti urbani da tutelare». Merito dell'archeologia industriale è aver spostato in avanti le lancette dell'orologio della tutela prospettando - per materiali, epoche, tecniche e contesti di proprietà - problemi che appartengono alla tutela più generale del Contemporaneo, alla salvaguardia delle architetture di qualità realizzate nel Novecento e in particolare nella seconda metà del secolo scorso. Chi entra oggi nella «Cattedrale» di Pier Luigi Nervi, il deposito nelle Saline di Margherita di Savoia (1936), avverte subito il labile confine che separa il territorio del bene culturale e architettonico che chiamiamo «monumento» dal territorio dell'archeologia industriale. La navata basilicale scandita dai 12 archi di cemento armato evoca in effetti gli spazi giganti innervati dalle strepitose forze dell'architettura gotica. Ma una lettura più attenta, meno incline alle suggestioni della tradizione artistica e più coerente con il clima culturale e la dimensione professionale nella quale Pier Luigi Nervi maturò il progetto, ci narra di un rapporto di necessità tra la forma architettonica e il processo produttivo, fino al punto di riconoscere nella linea parabolica degli archi l'impronta dell'accumulo del sale per la lavorazione: quello che i fisici chiamano «stato granulare della materia». Il lavoro e l'organizzazione dei mezzi di produzione determinano il luogo della fabbrica, la sua disposizione spaziale. E i luoghi del lavoro mutano in conseguenza della metamorfosi del lavoro, sicché nell'epoca della post-fabbrica, della dematerializzazione della mercé e della manifattura (come ha spiegato il filosofo francese Andre Gorz in un prezioso saggio, L'immateriale, Bollati Boringhieri ed.) l'archeologia industriale si avvia ad essere archeologia del luogo del lavoro immateriale e dei servizi. E pensiamo a due edifici, a Bari, come l'ex Ospedale Cto Inail di Giuseppe Samonà (1953) e il Villaggio del Fanciullo di Vito Sangirardi (1948), entrambi privi di qualsiasi forma di tutela, entrambi sottoposti a incoscienti trasformazioni. L'azione di tutela, perché non sia solo vincolo inefficace, deve dispiegarsi attraverso la trasformazione e, da questo punto di vista, la lezione dell'archeologia industriale è di grande utilità. A patto che la trasformazione tenda essa stessa alla qualità. Il ricorso alla pratica del concorso di progettazione, se non è una garanzia, è almeno un buon presupposto. Domani a Foggia Sì terrà domani (inizio alle 9) a Foggia nella Sala del Tribunale della Dogana, il convegno: «Archeologia industriale in Puglia passando per Foggia», organizzato da Soprintendenza ai Beni architettonici, Provincia di Foggia e ass. Alternativa Arte. Introduce l'arch. Alfredo de Biase. Intervengono, tra gli altri: Attilio Maurano (Soprintendenza), Renato Corvino (Università di Perugia), Antonio Monte (Università di Lecce), Saverio Russo (Università di Foggia), Elisabetta Greco e Tenia Pizzarello. Il convegno si conclude nel pomeriggio con una tavola rotonda.