E' in preparazione l'iniziativa congiunta di organizzazioni tra cui Italia Nostra, Lega ambiente, Aprile e l'associazione dei restauratori per intervenire sul «silenzio assenso relativo alla vendita del patrimonio del demanio di valore storico artistico». L'incontro sarà a Roma, venerdì 12, alla ex sala stampa del Giubileo, via di Porta Castello, 44. Un intervento dell'autore di celebri restauri, tra cui quello all'Arco di Traiano a Benevento e il più recente alla tomba di Giulio II e al Mosè di Michelangelo. Molto di quel che accade oggi ebbe inizio quando per dare un nome «moderno» al nostro patrimonio artistico lo si chiamò «giacimento culturale». Trattandolo come una miniera da saccheggiare I progetti di dismissione di parte del patrimonio immobiliare italiano, inclusi edifici che possono avere rilevante interesse storico artistico, ha scatenato negli ultimi mesi una guerra di religione tra i difensori della proprietà pubblica dei beni ad ogni costo e coloro che ritengono che la proprietà privata dei beni non significhi necessariamente una loro distruzione. Con una certa sfacciataggine Giacomo Vaciago, consigliere del Ministro Urbani ha scritto sul Sole 24ore (domenica 23 Novembre) «Davvero pubblico è meglio', anche quando è proprio lo stato a lasciar andare in malora tanti immobili pubblici di qualità e che nessuno potrà mai godere fintanto che rimangono dello Stato?». La domanda, sfrontata, fotografa lo stato drammatico dell'azione di tutela del patrimonio, di cui sono testimoni tutti i cittadini, e propone la dismissione dei beni come condizione di miglioramento. La domanda da porre a Vaciago, e per lui al ministro di cui è consigliere è: davvero lo Stato non poteva far altro che mandare in malora il proprio patrimonio artistico? O piuttosto la condizione drammatica in cui versa il nostro patrimonio è stata ricercata perché si potesse aprire una nuova era di gestione, che non contempla soltanto la vendita ma una generale riduzione del bene culturale a oggetto di consumo compatibile con un mercato sempre più avido di nuove opportunità di lucro? Non esiste tanto un problema di dismissione del patrimonio cosiddetto «minore» dei beni culturali, quanto una questione che riguarda i beni culturali: che è cosa diversa e più complessa perché coinvolge non soltanto la politica, ossia i progetti della sinistra e della destra come tenta di accreditare il dibattito di questi mesi, ma un intreccio di interessi che sta soffocando il patrimonio artistico italiano. Il solo mutare dei nomi con cui negli ultimi anni designiamo cose e funzioni legate al patrimonio è sufficiente a restituire il pantano in cui è caduta la politica di tutela in Italia. Le gloriose soprintendenze alle belle arti si sono trasformate, in meno di un secolo, in soprintendenze ai b.a.p.p.s.a.d., un acronimo tanto repellente da scoraggiarne lo scioglimento (Beni Architettonici e per il Paesaggio, per il Patrimonio Storico, Artistico e Demoantropologico). I soprintendenti, figure di eccezionale cultura a cui veniva consegnata la gestione di quanto di più caro aveva il paese dopo l'unificazione, oggi sono dei funzionari abbrutiti da un impossibile managment, che non sanno più cosa è l'arte ma sanno bene quali procedure politiche sottostanno alla loro nomina. Man mano che si allargava il concetto di bene artistico gli uffici preposti alla sua tutela non sono stati riorganizzati e adeguati; non potenziati, ma coscientemente svuotati di ogni reale capacità di esercitare la tutela. La svolta si può individuare in quella parolina magica e piena di promesse che un ministro del lavoro soffiò nelle orecchie dei politici una ventina di anni fa per designare in modo nuovo, moderno, aggiornato, il nostro patrimonio artistico equiparandolo a un «giacimento culturale». Da allora in poi il patrimonio è stato sempre più assimilato a una miniera da saccheggiare. Il mercato, che molto prima dei politici si era accorto del «business» ricavabile dai nostri beni artistici, non ha esitato a esigere norme e condizioni che svincolassero il giacimento dalla cultura per ottimizzarne lo sfruttamento, come si conveniva appunto a una miniera d'oro che aveva il vantaggio di non essere interrata ma a portata di mano. Da quel momento in poi l'aggressione al patrimonio e alle fragili istituzioni di tutela non ha conosciuto soste, bensì picchi sempre più alti di idiozia politica. La storia è lunga e noiosa ma qualche vetta vale la pena menzionarla, seppure di corsa. Dal 1980 si era individuata l'autonomia delle soprintendenze come condizione indispensabile per una efficace azione di tutela. Dopo tanto dibattito a cosa siamo arrivati? All'istituzione di soprintendenze regionali la cui funzione è quella di rendere ancora più farraginoso il rapporto tra un ministero centrale, che rimane immutato, e gli uffici periferici che annaspano nella rincorsa di fondi e progetti da sottoporre non più a uno ma a due organi gerarchicamente superiori. Tutto questo perché una lobby molto potente ha avuto possibilità e voglia, al momento giusto, di moltiplicare le «direzioni generali» che sono sempre state il vero centro di potere del ministero e che non potevano più soddisfare, per esiguità di numero, all'esigenza di nuove clientele politiche. L'altra perla infilata negli ultimi anni è il cosiddetto decentramento gestionale, che nella più totale confusione promette ai governatori delle regioni di consegnare loro un nuovo pezzo di potere, dotato in più del vantaggio di essere imparentato con il bello, poiché si esercita sul patrimonio artistico: per le burocrazie locali l'occasione è, quindi, doppiamente ghiotta. Anche qui, il delitto è stato preceduto da un coltissimo dibattito. Gli esperti hanno sempre rilevato come uno tra i problemi drammatici che si incontrano quando si lavora alla tutela dei beni artistici risieda nella diversità degli indirizzi e delle metodologie di intervento, al punto che anche nella più accentrata delle gestioni non si era mai riusciti a unificare i metodi di catalogazione, restauro e valorizzazione dei beni culturali. E qual è stata la risposta? La delega alle regioni di una politica che non ha neppure mai sfiorato un indirizzo unitario. Volenterosi presidenti delle regioni adesso assicurano che faranno del loro meglio, ed è bene crederci; ma è difficile convincersi che riusciranno dove è fallito un organismo strettamente centralizzato e unitario qual era il ministero voluto da Giovanni Spadolini. Tuttavia, il fatto di evocare il «decentramento» come un frutto avvelenato delle ultime stagioni politiche non deve trarre in inganno, perché lo scempio ha avuto attori che nulla hanno a che fare con i giochi della politica e che riguardano, piuttosto, un incarognimento della vita culturale e civile dell'Italia, come dimostra la questione della «formazione» delle figure professionali destinate, con diversi ruoli, a rendere efficienti gli organi di tutela. Quasi un secolo di vita delle soprintendenze alle belle arti ha dimostrato ciò che il buon senso rendeva prevedibile: ovvero che architetti, storici dell'arte e restauratori, che si confrontano con la trasformazione del patrimonio, necessitano di una formazione adeguata, di un tirocinio sviluppato a stretto contatto con i laboratori delle soprintendenze, con i manufatti e le questioni che impongono le loro trasformazioni. Tutti d'accordo in via teorica ma poi, si sa, in Italia il ministero dell'università è infinitamente più potente di quello per i beni culturali e non aveva nessuna intenzione di farsi scappare l'occasione per istituire degli inutili corsi di restauro, di gestione, di valorizzazione delle opere d'arte, tenuti premurosamente lontani dalle opere stesse ma molto redditizi, sia dal punto di vista dell'incremento dei finanziamenti universitari, sia per quanto riguarda l'appeal che queste discipline esercitano sulle nuove generazioni. Anche qui è stata scartata l'unica possibilità contemplata dal buonsenso, quella di una effettiva collaborazione, durante la fase della formazione, tra le soprintendenze e alcuni settori delle università. Una collaborazione capace di valorizzare la ricchezza tutta italiana dell'esperienza, del «fare», che si acquisisce in presenza dei manufatti concreti, e non nelle aule universitarie, dove intanto si sono moltiplicate le cattedre. Tutto il mondo ha riconosciuto l'eccellente qualità dell'esperienza formativa italiana cresciuta intorno ai vecchi laboratori artigiani, modificati alla luce delle scienze nuove e di una filosofia unitaria della conservazione. Si doveva continuare su questa strada, sviluppare le potenzialità dei laboratori esistenti presso le soprintendenze e intorno a questi organizzare la formazione degli operatori necessari al mercato. Non c'è aula universitaria in cui si metterà in grado un restauratore di pulire una tela del cinquecento, perché prima di passare all'iter previsto dalla formazione a questo lavoro è indispensabile appurare la capacità attitudinale del candidato, che nel sistema universitario è del tutto ignorata. Ma il vero capolavoro, il colpo finale al patrimonio e il più grande regalo fatto alla speculazione economica è stato apportato con la legge oggi in vigore per gli appalti di restauro, che - lo ricordiamo a tutti coloro che palpitano per la svendita del patrimonio «minore» - regolamenta le trasformazioni delle opere d'arte, ossia quegli interventi che costituiscono il punto più fragile e delicato della vita tanto dei capolavori quanto delle opere minori. Questa legge è senza ombra di dubbio la peggiore, la più perversa che si potesse immaginare per il nostro patrimonio artistico perché impone l'obbligatorietà dell'asta pubblica e l'affidamento all'impresa che offre il maggior ribasso. Proprio così, il restauro si affida al costo minore, in maniera da garantirsi sempre e comunque il peggior risultato possibile. Ma anche in questo caso l'intreccio tra interesse economico e indecenza civile è strettissimo, perché le imprese che si sono avventate sul restauro, qualificate con criteri traslati senza tanti complimenti dalla esperienza sul campo dell'edilizia moderna, forti di potenza economica e organizzazione tecnologica, hanno avuto buon gioco a farsi strada e appropriarsi del mercato grazie alla garanzia di un controllo che si suppone esercitato dai funzionari delle soprintendenze. Quelle stesse soprintendenze che ammettono oggi di non essere in grado di esercitare un potere di vincolo su un edificio in centoventi giorni, perché scarse di personale e soprattutto prive di collaboratori competenti, e che tuttavia dovrebbero controllare le capacità di una impresa, che si è aggiudicata il restauro di affreschi o di scultura antica grazie a un ribasso persino del 43 (come sta avvenendo) affinché svolga quel lavoro nel modo migliore per la conservazione dell'opera. Qui la farsa si colora di beffa: se la vendita deve ancora avvenire, lo scempio di questi restauri è già in atto da un paio di anni e sta provocando la inesorabile emarginazione dei restauratori professionisti dal mercato. Eppure non c'è traccia di un simile problema nella indignazione che straripa dai media per questo scempio; mentre i restauratori che non oggi, ma dieci anni fa, hanno visto avanzare questo «trend» devastante e l'hanno denunciato senza raccogliere nessuna solidarietà, si sarebbero aspettati che a insorgere fossero proprio i soprintendenti, i funzionari, gli intellettuali che hanno i sonni turbati per le svendite dei beni culturali. Invece niente, ovvero una caduta verticale del senso civico. Forse perché l'ammissione di una impossibilità del controllo su questo ciclo avrebbe reso palese ciò che pochi sanno e che nessuno vuole ammettere: molti funzionari direttivi delle soprintendenze non sono in grado, senza l'aiuto dei restauratori, di valutare e controllare l'efficacia e la bontà dei restauri, ma ciononostante non intendono abdicare al ruolo esclusivo di direttori di quei lavori. Anche a costo di vedersi distruggere sotto gli occhi le facciate delle chiese, di veder sparire gli ori dagli stucchi, di vedere gli affreschi svelati delle finiture più delicate, come sta avvenendo da qualche anno. Nel generale impoverimento del proprio ruolo e della propria funzione, questa assunzione di modestia provocherebbe ulteriori insopportabili frustrazioni: scampoli di sottopotere lucrato sulla pelle delle opere d'arte. L'intreccio, come si vede, non è districabile e neppure le logiche della politica possono venire a capo di un degrado così avanzato, che è civile e morale prima di essere un degrado gestionale. Perché stupirsi, allora, che un consigliere del ministro Urbani abbia il coraggio di porre le domande che ha posto? Per i restauratori diventa addirittura preferibile lavorare per una committenza privata, dopo avere verificato - stante la congiuntura politica nella quale ci troviamo - il confronto con i proprietari di manufatti artistici che in questi anni hanno commissionato interventi conservativi, e che si sono dimostrati perfettamente in grado di scegliere quello che ritenevano il meglio per la «loro» proprietà: un ottimo progettista, un ottimo esecutore e sufficienti risorse a garantire il più scrupoloso degli interventi, insieme a una vigilanza appassionata e quotidiana, che ha trasformato il restauro in ciò che dovrebbe essere sempre, una esperienza di arricchimento intellettuale e di approfondimento delle conoscenze. L'efficacia e il rigore conservativo degli interventi di committenza privata era assicurato, per legge, dalle soprintendenze che vigilavano - con la competenza acquisita nell'esperienza della loro esistenza secolare - sull'effettiva adesione degli interventi a quei criteri di conservazione e rispetto filologico impliciti nella filosofia del restauro. Quel che avviene oggi nell'ambito della committenza pubblica è di gran lunga peggiore. Con il 40 di ribasso non si fa in tempo neppure a conoscersi se si vuole recuperare i costi vivi di lavoro e limitare gli inevitabili, irreversibili danni della fretta. Perché non dare, allora, anche allo Stato questa semplice possibilità? Invece di smantellare il nostro patrimonio per poi svenderlo, in una situazione che non consente di chiudere gli occhi di fronte alla condizione ignobile in cui si trova la politica di tutela in Italia? Giacomo Vaciago, il ministro Urbani e tutti quelli che si agitano intorno al famigerato art. 27 della Finanziaria, dovrebbero porsi e porci domande di altra portata, interrogandosi sull'esistenza di un progetto per la tutela del patrimonio artistico invece di metterci continuamente di fronte a finte soluzioni.