Ritrovata ancora una volta, restaurata e esposta al Focke Museum di Bremen, in Germania, tra i preziosi reperti della grande rassegna «Lusso e decadenza: la vita dei Romani sulle rive del Golfo di Napoli», la pàtera di vetro-cammeo azzurro cobalto che era custodita nel medagliere del Museo Nazionale archeologico di Napoli. Del restauro e della storia del suo rinvenimento, agli inizi dell'800, negli scavi di Pompei, diranno le archeologhe Marinella Lista e Fiorenza Grasso, in una conferenza prevista all'Archeologico oggi alle 15. La pàtera (si tratta di un piatto, abbastanza ampio, poco profondo e in genere utilizzato per riti sacri) fu recuperata a Pompei nel 1832 durante i lavori di scavo della casa nota come «VII, IV, 59» e assieme ad altri tre reperti, anch'essi posseduti dall'Archeologico, viene considerata tra i vetri cammei più preziosi al mondo. Gli altri pezzi, cesellati e anche loro provenienti da Pompei, sono due pannelli, che forse decoravano una parete della casa di Fabio Rufo, e il famoso «vaso Blu», un'urna cineraria sulla cui superficie l'artista sbalzò scene agresti con vitigni gonfi di grappoli d'uva e amorini vendemmiatori. Il «vaso Blu» contende la palma del più bel vetro cammeo del mondo al famoso «vaso Portland», del I secolo dopo Cristo, esposto al British Museum di Londra. Quest'ultimo, che propone immagini probabilmente ispirate al mito di Peleo e Teti, è però mancante del fondo. L'importanza della pàtera pompeiana sta sia nella sua complessiva integrità sia, appunto, nell'area di provenienza. La domus dove venne recuperato (pare che al suo ritrovamento abbia presenziato il giovanissimo Antonio di Borbone, principe, figlio di Francesco I e Maria Isabella, innamorato di Pompei e degli scavi) quel piatto, si trova difatti proprio di fronte alla Casa del Fauno, in via della Fortuna, e, secondo gli archeologi, dovette essere abitata da personaggi importanti. Un edificio, quello scavata da Pietro Bianchi, architetto di origini svizzere, dal cui recupero ci si attendevano grosse scoperte, considerato appunto quanto si era trovato nella casa di fronte. Purtroppo, alla fine, l'intervento di scavo restituì «soltanto» tanti bronzi e una parete in IV stile, dipinta di nero, oltre e reperti di scarso valore come ad esempio numerose noci. Assolutamente da escludere, dunque, l'ipotesi che il piatto sacrificale potesse provenire dal corredo di opere d'arte esistente in quella casa - museo che allo scavo si rivelò poi essere la Casa del Fauno e della quale fu proprietario il ricchissimo esponente della gens Satria. La preziosità del reperto sta tutta nella finezza del decoro che l'ignoto maestro eseguì sul blu del vetro. In particolare, sono da apprezzare, per delicatezza e maestria, le foglie, i tralci e il volto di Dioniso, visto che a quel dio sono sempre collegati i reperti lavorati in vetro cammeo. Ma c'è l'altra caratteristica: il manico, realizzato lavorando la parte terminale in modo da renderla simile a una testa di ariete. «Insomma - spiega Marinella Lista - da questa casa che fu detta delle "Forme di creta" perché forse abitata da qualcuno che faceva il bronzista si è riusciti a salvare questo prezioso reperto. Pezzo assolutamente eccezionale, che dà la cifra sia del livello raggiunto dall'artigianato dell'epoca sia delle opere d'arte presenti a Pompei nel I secolo dopo Cristo». Per la pàtera, una volta tornata al museo, è prevista una esposizione che ne valorizzi sia la finezza dei decori sia la preziosità e il colore della base di vetro.