Nei giorni scorsi una polemica a più voci ha visto sulle cronache romane accendersi la discussione sui problemi connessi alla costruzione della nuova linea della metropolitana, la C, lungamente attesa, il cui tracciato, in particolare nel tratto che attraversa il centro storico, andrà ad impattare con il tessuto archeologico dell'area centrale. La querelle ha trovato origine da una roboante (comme d'habitude) conferenza stampa di Carlo Ripa di Meana in qualità di Presidente della sezione Italia Nostra di Roma, durante la quale, coi consueti toni apocalittici ad usum mediorum, beata ignoranza dei meccanismi di tutela e del metodo archeologico oltre che palese distorsione della storia del progetto, si gridava alla distruzione del patrimonio archeologico romano soprattutto per responsabilità del Ministero Beni Culturali. Ora, che la metropolitana capitolina sia attualmente del tutto insufficiente alle esigenze di una metropoli come Roma e che l'intero sistema del trasporto su ferro vada rafforzato e ampliato proprio per decongestionare la città dal traffico veicolare, è evidenza che anche il neoeditorialista di "Liberal" ha dovuto ammettere. E d'altro canto la costruzione della terza linea della metropolitana è in realtà una vicenda che si snoda da alcuni lustri soprattutto perchè ha conosciuto, come inevitabile, considerando le zone interessate, la più grande attenzione da parte della Soprintendenza Archeologica. E del Soprintendente che è stato protagonista, in collaborazione con altri attori istituzionali e privati, della definizione del progetto. Parliamo ovviamente di Adriano La Regina che, proprio in occasione della recente discussione ha rivendicato il progetto della metro C come uno degli elementi portanti della propria attività alla guida della soprintendenza archeologica capitolina. Attività quasi trentennale che può annoverare risultati quali il restauro integrale dei marmi dei monumenti dell'area centrale, corrosi da anni di inquinamento da gas di scarico, la creazione di un sistema museale, quello del Museo Nazionale Romano suddiviso nelle quattro sedi, di rilievo mondiale, la salvaguardia del patrimonio di fronte a pressioni speculative fortissime (Appia Antica, Tormarancia) e in situazioni di emergenza politico-istituzionale: ricordiamo su tutte le vicende dell'anno giubilare, quando La Regina, quasi da solo, seppe contrastare i progetti invasivi e inutili coi quali la Curia vaticana avrebbe sacrificato con leggerezza, per le presunte esigenze di poche settimane di qualche migliaio di pellegrini, il tessuto urbano di milioni di cittadini romani di oggi e di domani (oltre ad un considerevole numero di reliquiae martyrum). Ma soprattutto La Regina ha avuto, condivisibile o meno, un progetto d'insieme sull'archeologia di Roma, perseguendolo pur tra mille difficoltà, a volte prevalenti, come nel caso di quel progetto Fori ideato sul volgere degli anni '80 col quale si dimostrava davvero una concezione sistemica nei confronti del patrimonio archeologico, inserito per la prima volta compiutamente quale elemento portante di una nuova idea di città. Ma la storia avanza ed opinioni e situazioni ritenute dianzi valide e consolidate, divengono obsolete: l'archeologia capitolina è tornata recentemente ad essere un catalogo di mirabili scoperte, quando non è noleggiata dal sarto di turno come quinta di lusso per sguaiati carnasciali (le Valentiniadi di recentissima memoria); si susseguono sempre più frequentemente gli scoop, le rivelazioni autocelebrative e i disvelamenti mediatici (tempio di Quirino, lupercale, casa di Augusto) la cui inconsistenza scientifica è già stata stigmatizzata da studiosi come Filippo Coarelli, Adriano La Regina, Fausto Zevi la cui conoscenza della topografia romana risulta accreditata non dalle veline degli uffici stampa, ma dal riconoscimento della comunità scientifica internazionale. E' l'archeologia dell'evento, immediatamente spendibile, reale o presunto (a volte artatamente costruito), così che dopo la scoperta della grotta di Romolo e la riscoperta della casa di Augusto ci toccherà forse giubilare per il rinvenimento della Domus Aurea o della statua di Marco Aurelio. Si tratta di una concezione del tutto asistemica del patrimonio archeologico, inteso, come in un passato culturalmente archiviato, quale collezione di monumenti di pregio, abbandonati peraltro, immediatamente dopo lo spegnimento dei riflettori, alle inefficienze di una gestione balbettante sul piano organizzativo, così come è accaduto nei giorni scorsi alla casa di Augusto e ad altri monumenti del Palatino rivelatisi di difficilissimo accesso per i visitatori. E' un'archeologia che preferisce affidare in larga misura la fase, pur delicatissima, della fruizione e valorizzazione del patrimonio collettivo alle iniziative mercantili del privato che in ambito romano sinora non ha mai brillato per ampiezza di visione imprenditoriale - limitandosi ad un piccolo cabotaggio di iniziative dal corto respiro e preferendo soluzioni meno problematiche e più tradizionali. Alludiamo anche alla recentissima regolamentazione dell'accesso ai fori, di nuovo "normalizzati", dopo molti anni in cui erano divenuti libero luogo di loisir e passeggio e quindi ritrasformati, da spazio per i cittadini, nel solito recinto per turisti. Del resto, tale soluzione ben si sposa con la sistemazione, sull'altro lato dello stradone fascista, dei Fori Imperiali che, pur con qualche correttivo, ancora si presentano nell'immagine di ideazione littoria con la loro sequenza di "povere reliquie disastrate" e "denti cariati" così come icasticamente li definì Cederna. Al contrario, proprio Antonio Cederna (Presidente della sezione Italia Nostra di Roma...) ci aveva insegnato che l'archeologia, in una città come Roma, può e deve divenire lo strumento di una nuova concezione urbana, di un modo nuovo e migliore di vivere la città, consapevoli della sua storia. Questa concezione non passatista, né musealizzante, illustrata compiutamente nel progetto Fori, e ribadita in quarant'anni di battaglie per la tutela integrale dell'Appia Antica, prevedeva la drastica diminuzione e nella zona centrale l'abolizione del traffico automobilistico ed era quindi connaturata alla costruzione di un sistema di trasporti pubblici efficiente, a partire dalla metropolitana. Su opere come queste, la cui attuabilità anche in situazioni ad altissimo rischio archeologico è dimostrata, ad esempio, dai casi di Napoli e di Atene, si gioca non solo la sopravvivenza di testimonianze archeologiche seppur importanti (ma per molte delle quali, sia detto per inciso, non avremmo comunque mai avuto conoscenza e documentazione senza questi scavi) e quindi l'arricchimento del nostro patrimonio, ma anche la sopravvivenza della nostra idea di città da un lato. E dall'altro forse addirittura la sopravvivenza dell'archeologia stessa non solo come disciplina accademica, ma per quanto riguarda la sua capacità di acquisire consenso sociale, superando i limiti di una visione angusta che condanna ancora troppo spesso i resti archeologici recuperati all'interno del tessuto urbano ad esposizioni da giardino zoologico, incongrue ed inutili anche per la loro salvaguardia materiale. Agli archeologi di oggi la sfida che si presenta è quindi ben più importante e culturalmente complessa rispetto a quella legata ai problemi conoscitivi innescati dal rinvenimento del singolo oggetto o monumento o sito, e consiste nella necessità ormai inderogabile di trasformare l'archeologia d'emergenza (ormai l'unica archeologia di scavo oggi attuabile) e preventiva in genere, da una sfibrante trattativa nei confronti delle esigenze della "modernità", spesso condotta in condizioni di inferiorità e sotto la scure del ricatto politico-sociale di qualunque parte, in una battaglia culturale per un destino diverso delle nostre città e dei nostri territori, cercando e costruendo alleanze prima di tutto in chi, in queste città e in questi territori ci vive quotidianamente. Qualche buon esempio cui ispirarsi, soprattutto in ambito europeo, già esiste, sia sul versante operativo che su quello giuridico. Mentre invece proprio nell'ambito dell'archeologia preventiva, purtroppo, la recentissima versione del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, reitera una lunga omertà legislativa, con questo ( ma non solo) incrinando quel carattere sistemico che è tanto più necessario per opporsi con efficacia alle operazioni di dissipazione del nostro patrimonio culturale e paesaggistico. Roma, proprio per l'evidenza e l'importanza del patrimonio archeologico dovrebbe divenire un esempio virtuoso al quale ispirare una politica culturale nazionale più aggiornata, efficace sotto il profilo della tutela e solidamente ancorata al consenso civile: le premesse non sono delle migliori, ma oggi è Pasqua, Pasqua di resurrezione. Bologna, 23 marzo 2008
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