Va riconosciuto a Francesco Rutelli l'aver chiuso in bellezza il suo breve mandato di ministro della cultura. D'ora in poi si potrà dire infatti che sotto la sua egida il paesaggio italiano - da decenni condannato alla umana devastazione (pur essendo, nella sua straordinaria sintesi di natura e cultura, uno degli elementi fondanti della nostra identità nazionale) - è stato, se non proprio salvato, come si auguravano le associazioni ambientaliste e culturali, almeno dotato di strumenti protettivi più efficaci. Dopo un affannoso iter legislativo concluso appena in tempo, e nonostante l'iniziale ostracismo di alcune regioni non disposte a cedere allo Stato una virgola nell'amministrazione del territorio, il 19 marzo il Consiglio dei ministri è riuscito infatti ad approvare alcune importanti modifiche al tanto criticato Codice dei beni culturali e del paesaggio, emanato dal governo Berlusconi nel 2004, in forza di una legge delega che già prevedeva, per fortuna, possibili correzioni, da effettuarsi però entro l'aprile 2008. Le modifiche, che perfezionano e integrano quelle già introdotte nel 2006 (con cui già si era cominciato a sciogliere i passaggi peggiori del Codice), comprendono decisive norme che restituiranno allo stato le redini della tutela e imporranno alle regioni - colpevoli di aver tanto spesso subdelegato ai comuni gli strumenti territoriali e urbanistici ottenuti con le riforme degli anni '70 - la copianificazione paesistica. Costretti insieme, stato e regioni difenderanno meglio i boschi, le coste, le campagne, le città storiche dallo scempio perpetuato dai nuovi vandali di casa nostra. Grazie a un rigoroso sistema di autorizzazioni e, soprattutto, al parere finalmente vincolante del ministero e delle soprintendenze, villettopoli, ecomostri e cementificazioni selvagge potranno essere impediti, evitando, si spera, la vergogna di future Punte Perotti o Monticchiello. Contenute negli schemi di due decreti legislativi, distinti ma collegati in quanto a filosofia e impianto, le sostanziali novità - frutto del lavoro di una commissione di esperti guidata da Salvatore Settis - non riguardano naturalmente solo il paesaggio, che acquista una più stringente definizione, bensì anche i beni culturali, come prevede l'articolo 9 della Costituzione, che assegna alla Repubblica il compito di tutelare contestualmente «il paesaggio e il patrimonio storico artistico della nazione». In questo ambito, le principali correzioni riguardano il miglior coordinamento con le disposizioni comunitarie (soprattutto dopo la ratifica delle convenzioni Unesco sul patrimonio intangibile e sulla diversità culturale), la circolazione internazionale (rispetto alla quale i beni culturali non sono più assimilabili a merci), la disciplina di salvaguardia del patrimonio immobiliare pubblico (che la legge berlusconiana permetteva di alienare), il problema dell'insegnamento del restauro e della qualifica dei restauratori (che trova una prima definizione dopo anni di impasse). Sia il paesaggio che il patrimonio culturale sono beni comuni, appartengono alla collettività, al di là della specifica proprietà dei singoli beni. Con questo rinnovato Codice, che si richiama al dettato dell'articolo costituzionale, uno dei più innovativi di tutta la Carta (come ebbe modo di dire anche Ciampi), Rutelli mostra di avere capito che il dovere primo di chi amministra la cosa pubblica è conservare paesaggio e patrimonio culturale e trasmetterli il più integri possibile alle generazioni future, senza cercare vanamente di fare cassa alienando, valorizzando, speculando.
CODICE - Un codice rinnovato per tutelare il paesaggio italiano
Il ministro della cultura Francesco Rutelli è stato in grado di chiudere in bellezza il suo mandato con l'approvazione di un nuovo Codice dei beni culturali e del paesaggio. Il codice, che è stato approvato dal Consiglio dei ministri il 19 marzo, introduce modifiche importanti per la tutela del paesaggio e del patrimonio culturale. Le modifiche includono la creazione di un sistema di autorizzazioni più rigoroso e il parere vincolante del ministero e delle soprintendenze. Il codice definisce il paesaggio come un bene comune e appartiene alla collettività, al di là della proprietà dei singoli beni. Le modifiche sono state introdotte dopo un iter legislativo affannoso e nonostante l'iniziale ostracismo di alcune regioni.
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