Sostengono gli addetti ai lavori del settore dell'arte, che vendere un capolavoro rubato è praticamente impossibile. Perché - spiegano - tutte le opere di provenienza illecita sono pubblicate su libri e cataloghi e i furti molto reclamizzati. Spiegano gli esperti, che la rete di protezione anche delle opere minori è ampiamente collaudata. Gli inquirenti del Comando dei carabinieri per la tutela del patrimonio culturale mettono le foto delle opere rubate sul sito (www.carabinieri.it) e le inviano agli indirizzi specializzati (www.artloss.com). Basta un clic per verificare la provenienza di un'opera. E prima dell'acquisto di un quadro, gallerie e case d'asta con questo semplice metodo ne veri-ficano la provenienza. Inoltre, uno dei mercati che, chiudendo un occhio e mezzo, tradizionalmente accoglieva opere di provenienza dubbia - musei, fondazioni e collezionisti americani - è stato prosciugato dagli accordi di restituzione (undici) stipulati negli ultimi due anni dal ministero dei Beni culturali italiano. Dunque, se nessuno acquista, è inutile rubare. Allora perché, la domanda sorge spontanea, i furti di opere d'arte - e per fortuna anche i ritrovamenti - proliferano? Nella banca dati dei carabinieri sono presenti circa 8oomila opere di provenienza illecita, di cui 12mila di grande rilevanza artistica. L'Interpol sostiene che solo i quadri rubati siano più di 3omila. L'Fbi stima che il valore dei beni culturali di provenienza illecita presente sul mercato mondiale ammonti a 4,1 miliardi di euro. Inquirenti e operatori distinguono due mercati profondamente diversi e paralleli: quello dei capolavori e quello dei beni di secondo piano. «Il mercato delle grandi opere», dice la gallerista milanese Claudia Gianferrari «semplicemente non esiste. I capolavori del Novecento sono invendibili anche sul mercato clandestino, ammesso che esista». Escluso anche che si facciano furti su commissione: che senso avrebbe, dice Gianferrari, rubare un'opera che non si può mostrare a nessuno? L'eccezione sono i furti di capolavori d'arte contemporanea destinati a quello che gli americani definiscono artnapping (art kidnapping), il sequestro di opere d'arte a scopo di estorsione. Nessuno lo ammette, ma i musei, i privati e soprattutto le assicurazioni sono disposti a pagare un riscatto pur di vedersi restituito rapidamente il bene. Anche se l'operazione è vietata dalla legge in tutto il mondo. A taccuini chiusi, però, tutti ammettono che è molto più conveniente e sbrigativo pagare un riscatto di ìoomila euro piuttosto che le decine di milioni del valore di un'opera. Il caso di febbraio scorso in Svizzera ha fatto drizzare le orecchie a più di un osservatore. Su un'auto bianca sono stati visti i ladri che, nottetempo, hanno rubato due Picasso custoditi nel Centro culturale di Pfaffikon; su un'auto bianca sono fuggiti i rapinatori che, qualche giorno dopo, a qualche chilometro di distanza, facendo irruzione alla Fondazione Biihrle di Zurigo hanno portato via quattro capolavori assoluti di Cézanne, Degas, Monet e Van Gogh; su un'auto bianca, infine, a 500 metri dal museo, sono stati lasciati due dei quattro dipinti. Tre indizi fanno una prova, si leggeva un tempo nei romanzi polizieschi. Ma l'assioma, evidentemente, vale per tutti i reati tranne che per furti d'arte. Il curatore del museo Biihrle, a precisa domanda sul pagamento di un riscatto per la restituzione di due opere (Campo di papaveri a Vétheuil di Claude Monet e Ramo di castagno in fiore di Vincent van Gogh), ha risposto con un secco no comment. Mentre per informazioni sulle altre due opere rimaste in mano ai ladri (Ludovic Lepic e le sue figlie di Edgar Degas e II ragazzo con il panciotto di Paul Cézanne), è stata promessa una ricompensa di 100mila franchi svizzeri, circa 65mila euro. La taglia - o il mai confessato riscatto - è evidentemente più conveniente rispetto al pagamento del risarcimento multimilionario. E mette al riparo anche dalla problematica gestione del dopo-furto. Qualche anno addietro, per esempio, a Milano, in una domenica di Pasqua in cui la città era deserta, dei professionisti si introdussero in casa Hintermann e fecero sparire la notevole collezione di arte contemporanea. L'assicurazione pagò il risarcimento e dopo qualche anno divenne proprietaria dei quadri che nel frattempo erano stati ritrovati. Dopo alcuni mesi, l'assicurazione rivendette i quadri alla stessa famiglia a un prezzo che negli ambienti dei galleristi si sussurra sia stato notevolmente inferiore al valore di mercato e al risarcimento pagato nel momento del furto. In altri casi, invece, è stata l'attività di in-telligence a portare gli inquirenti sulle tracce giuste. Un caso eclatante astato quello del furto alla Galleria nazionale d'arte contemporanea di Roma del 1998: i due Van Gogh e il Cézanne portati via da tre uomini armati con la complicità di un basista interno al museo furono ritrovati 48 giorni dopo grazie alle informazioni fornite da un detenuto contiguo all'ambiente dei furti d'arte. Anche L'urlo di Munch, rubato a Oslo nel 1994, è stato ritrovato due anni dopo il furto dalla polizia norvegese che era sulle tracce di un rapinatore di banca. Ma i capolavori sono una parte insignificante rispetto al mare magnum del mercato clandestino dell'arte. Basta monitorare la cronaca nera per averne prova. Nell'ultimo mese, solo per dare un'idea: rubata una raggiera lignea dorata a 14 elementi nella cattedrale di Palermo; trafugati da un palazzo nobiliare di Trapani, e recuperati, cento pezzi d'arte e antiquariato (dal IV secolo avanti Cristo all'Ottocento); rubato e recuperato un calice d'oro in un chiesa della provincia di Avellino; rubati e recuperati a Roma più di 400 reperti archeologici di età etrusca e greca; rubati due preziosi incunaboli della seconda metà del 1400 durante la mostra del Libro antico di Milano. Tutti furti di oggetti con un valore stimato da cinquemila a qualche centinaio di migliaio di euro. La somma di questa attività criminosa, nel 2007 è stata di 1.212 furti e scavi clandestini di opere d'arte (contro i 1.085 del 2006), concentrati per quasi la metà in Lazio (166), Piemonte (152), Lombardia (138), Toscana (100). «La concentrazione geografica dei furti», dice il tenente colonnello dei carabinieri per la tutela del patrimonio culturale Alberto Deregibus, «è un indicatore preciso dell'attività criminosa: vengono colpite in particolare ville, palazzi nobiliari e chiese. Sono i posti meno tutelati e più ricchi di beni che possono essere venduti sul mercato clandestino». Quasi del tutto assenti, sottolinea Deregibus, i furti ai musei (13), luoghi ben protetti e di difficile accesso. Deregibus racconta di bande specializzate che puntano gli obiettivi con cura, alla ricerca opere di pregio che non siano necessariamente capolavori: quadri e mobili dell'Ottocento, particolarmente richiesti in Francia; marine napoletane, molto apprezzate negli Stati Uniti; opere di modernariato, anche piccole cose ma di ottimo gusto appetite nel Nord Europa. E tutto quello che, senza dare troppo nell'occhio, la domenica mattina si può trovare nei mercatini dell'antiquariato di Bollate e Arezzo, a Porta Portese, sui Navigli a Milano. Rarissimi anche, secondo Deregibus, i casi di furti d'arte inconsapevoli. I ladri che si imbattono per caso in refurtiva pregiata tendono a disfarsene rapidamente. Come nel caso del furto in casa del medico milanese Marzio Colturani ucciso prima di Natale da una banda di moldavi che hanno abbandonato in un parco gli otto quadri rubati, tra cui un fiammingo dell'Ottocento. O, tuttalpiù, la refurtiva viene rapidamente trasferita a soggetti che operano nella ricettazione dell'arte. «Di recente», dice Deregibus, «abbiamo riscontrato un grande interesse per libri e beni archivistici. E il canale di vendita privilegiato è divento internet. È lì che stiamo concentrando le nostre attenzioni».
il Sole 24 Ore
19 Marzo 2008
✓ Entità verificate
Quando il capolavoro è sotto riscatto. Sul mercato illegale circolano opere per 4,1 miliardi, spesso restituite dietro compenso
LE
Lello Naso
il Sole 24 Ore
Artista / Persona
Bene culturale
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