Ma i commercianti: qui non viene nessuno "I mass media esasperano tutto, diciamo al mondo che la città merita di essere vista" Sopralluogo nel complesso di San Domenico, che ospiterà il museo della musica Davanti alla chiesa in piazzetta Nilo cartoni ammonticchiati. Claudio Velardi schiva il fotografo di Repubblica, «per favore, la foto proprio qui, no». A passeggio per il Decumano inferiore con lassessore al Turismo della Regione. Tra le 10.30 e le 11. Nuova giornata della sua road map, espressione che trova molto calzante, per riabilitare Napoli agli occhi del mondo. Nel pomeriggio andrà al porto. Una riunione col presidente Francesco Nerli. «Arrivano sette navi. Voglio proporre ai crocieristi dei percorsi su Napoli. Un tour in sicurezza. Al momento non cè offerta del genere, se sbarcano vanno di filato nelle isole oppure a Pompei e Sorrento. E bisognerà fare la programmazione per le prossime stagioni». Una scolaresca è raccolta davanti alla Statua del Nilo. Sono gli studenti della Scuola media "Giovanni Falcone" di Volla. Ragazzi, è lassessore al Turismo, volete dirgli qualcosa? «Eh no, questo è un colpo basso», reagisce Velardi, ma si tranquillizza quasi subito. Una ragazzina dice: «Napoli è bellissima e se i turisti scappano è perché non la vedono da vicino». Non gli pare vero: «Visto? Ho ragione io, i giornali fanno un mare di forzature, esasperano ogni cosa. Facciamo il gioco di chi ci vuole male, è come la profezia che si autoavvera». Nel Decumano solo scolaresche, manco lombra di un turista. Velardi eccepisce: «Ma chi volete che ci sia alle 10 del mattino?». E Venezia, allora, costretta a mandarli via? «Proviamo a dire al mondo che Napoli merita di essere vista». «Assesso, nella zona non passano». Bruno Alcidi scuote la testa, è il proprietario del bar Nilo: «Noi cerchiamo di dire che la spazzatura non è colpa nostra. Siamo al Decumano inferiore, una strada romana, dovrebbe essere il fiore allocchiello. Guardate che degrado, qui non hanno speso un soldo». Velardi prosegue verso San Gregorio Armeno. Pasquale Loffredo commerciante di presepi, agita e pollice e indice, «la crisi è grave, turisti pochi e non spendono». Velardi invoca: «Trattiamo bene questa povera città». Il viaggio del neo-assessore nel centro storico comincia alle 9.30. È atteso nel complesso di San Domenico Maggiore, dove è aperto il cantiere di restauro per trasformare parte dello storico edificio in museo della musica. «Questo posto è fantastico», dice a Luciano Scala, nuovo direttore regionale della Sovrintendenza. «Realizzare qui il museo della musica mi sembra una cosa molto giusta, se riusciamo a concepirlo come luogo interattivo. Questa area del centro storico è il luogo della musica, con il conservatorio di San Pietro a Maiella vicino, può diventare un polo di riferimento». Nel 2002, lassociazione Polis Musea esegue il primo intervento, con larchitetto Orsola Foglia, direttore dei lavori incaricata dal sovrintendente Enrico Guglielmo, consulenti larchitetto Giuseppe Longobardi e lingegnere Michele Candela. Restauro di 1200 metri di superficie che ospiteranno le varie sezioni del museo della musica, da quella primitiva alla moderna passando per la napoletana. Ida Maietta cura il settore storico-artistico e Tommaso Russo è il responsabile del procedimento. La visita comincia dal sagrato della chiesa che verrà restaurato, il Chiostro delle Statue intorno a cui si sviluppa parte del convento destinata al museo. Ha subìto già due trasformazioni, nel '500 e poi nel '700. I tecnici spiegano che questo in tempi più recenti è stato sfruttato come set cinematografico per il film "Il camorrista", ispirato al boss della nuova camorra Raffaele Cutolo. La piccola pattuglia risale il seicentesco scalone monumentale e raggiunge il primo livello, il corridoio ad anello dove fino al 1990 sono stati ospitati gli uffici giudiziari, le aule della Corte dAssise dAppello e le camere di sicurezza per i detenuti. Litinerario comprende lex biblioteca dei domenicani, lex sala del Capitolo, decorata di stucchi a rilievo e dallaffresco "Mistero del Calvario" di Michele Regolìa, il grande refettorio con i due affreschi di fondo, l"Ultima cena" dipinta da Andrea Vaccaro e il Crocifisso che parla a San Tommaso dipinta da Antonio Rossi nel 1727. Larchitetto Foglia spiega che nel 1616 per ragioni di spazio, la Facoltà teologica con tutti i Regi Studi si trasferirono dal convento di San Domenico a Fuori la porta di Costantinopoli. Nel 1652 vi fu lampliamento del numero delle celle e il raddoppio dei chiostri, come espressione della grandezza dellOrdine, ma anche del priore, Fra Tommaso Ruffo di Bagnara, il quale nel 1670 impiega nei lavori somme rilevanti e rifà il grande Refettorio, la Sala del Capitolo, il chiostro superiore, il dormitorio di San Tommaso e il noviziato. I lavori furono conclusi nel 1685 con lelevazione di un altro piano. Nel 1800 torna la Facoltà teologica che lascia la sede definitivamente nel 1734. Qui Velardi si sofferma a discutere della destinazione duso di questo incomparabile pezzo del patrimonio architettonico di Napoli. Ne ascolta la storia, quasi si scusa: «Un posto di rara bellezza, ma non sono mai stato qui, confesso: non lo conoscevo».