Per la prima volta, e una volta per tutte, il Codice Urbani dice quali beni potranno essere ceduti ai privati perché non hanno nessun valore storico-artistico e non si vede perché li debba tenere lo Stato»; ecco la paradossale affermazione con cui, ieri, il ministro Giuliano Urbani si è espresso sul nuovo Codice per la tutela dei beni culturali e paesaggistici, arrivato finalmente in Commissione Cultura al Senato. Un Codice che nasce quindi, in primis, non per tutelare il nostro patrimonio, ma per stabilire quali pezzi si possono vendere. Benché la delega al ministero di via del Collegio Romano per riformare la materia scada a fine gennaio, il Codice era stato fin qui un Ufo, a passeggio tra ministero e Consiglio dei ministri. Rincara Urbani: il Codice mette anche «chiarezza una volta per tutte» su come dobbiamo trattare i bèni demaniali e li suddivide in tre grandi categorie: «i beni per i quali è indispensabile la proprietà pubblica. Può sembrare un'ovvietà» commenta «ma è la prima volta che noi abbiamo una catalogazione dei beni inalienabili. Oggi tutto è inalienabile. Con il Codice alcune cose diventano definitivamente, totalmente, inalienabili; il Colosseo, la Fontana di Trevi, il Duomo di Milano». Già, ma poi, aggiunge, ecco i beni «i quali si ritiene che possano essere ceduti ai privati, a patto, però, che il loro uso sia limitato, cioè, in altri termini, in un palazzo ci si può fare un museo privato, la sede di una banca, di una società finanziaria, ma non una discoteca, un fast food». Terza categoria, quella dei beni che possono essere ceduti perché non hanno nessun valore storico-artistico «e non si vede perché li debba tenere lo Stato». Si tratta, dettaglia il ministro, di «palazzi, case, appartamenti, caserme, carceri, beni demaniali lasciati all'incuria, come prati abbandonati. Secondo i piani regolatori dei comuni «si deciderà se di quel prato si farà un parco, una piscina, un supermarket, campi da tennis». In questa categoria rientrano anche le spiagge. «Per definizione - spiega il ministro - queste devono avere limiti paesaggistici, vincoli di fruizione pubblica, di pubblico godimento, e devono avere altri vincoli, ma dove sta scritto che devono essere per forza di proprietà pubblica?». Il ministro, poi, sottolinea che il Codice introduce nuovi istituti di tutela in settanta articoli e che disciplina la collaborazione tra Stato, Regioni, Province e Comuni. Senza per ora entrare nel merito del Codice, per i Ds Franca Chiaromonte, Giovanna Grignaffini e Chiara Acciarini osservano che il governo «aveva un anno e mezzo di tempo, si è ridotto all'ultimo momento». I cinque decreti attua-tivi presentati ieri, infatti, nascono dalla delega sulla cultura ottenuta dal Governo il 6 luglio 2002, in s cadenza e il 23 gennaio. I decreti legislativi riguardano oltre al nuovo codice dei beni culturali, la riforma della scuola nazionale di cinema, la riforma dell'istituto nazionale del dramma antico, le ville vesuviane e le attività cinematografiche. «I tempi della discussione parlamentare sono ridottissimi, tanto da far dubitare che i pareri richiesti alle commissioni competenti possano essere espressi entro il termine utile» aggiungono. «È l'ennesimo atto del Governo» sottolineano «lesivo della dignità del Parlamento».