Oggi ancora Morgana, la fata normanna, vi custodisce un tesoro. Protetto da una vasca di raccolta dell'acqua, nessuno lo ha mai visto, ma tutti sanno dov'è. È a Morganu, contrada di Castelmonardo, il paese che invece da oltre due secoli non esiste più. Sopravvissuto ai terremoti del 1638 e del 1659 fu poi inghiottito dalla terra lentamente, a poco a poco cancellato dallo sciame sismico del 1783. Rimasero solo la collina a tre alture, con i ruderi delle chiese, le fontane, frammenti di palazzi e della rocca, grotte, cocci d'argilla. E grosse mura, sparse qua e là. La parete più imponente, sospesa in uno strapiombo, quella della chiesa di San Giacomo. Grotte ipogee, porte e finestre dalle strane forme, pertugi sotterranei: mille occhi inquieti scrutano il visitatore e vegliano sulla collina dove riposano gli antenati. E poi ancora, oggi ancora, storie, racconti, leggende di spiriti e di briganti. Un cammello di legno coperto da un panno leggero balla al ritmo di tamburi saraceni. Una danza per San Francesco di Paola, oggi, oggi ancora, spaventa i bambini mentre una volta terrorizzava i grandi a cui annunciava l'arrivo dei turchi. In quel terribile 1783 i morti a Castelmonardo non furono tanti, giusto una sessantina. I danni, incalcolabili. Se solo si potesse quantificare l'entità dell'Apocalisse. La popolazione si spostò nel Piano della Gorna, un sito salubre e ricco di acque, dove fu fondata Filadelfia. L'abbandono del borgo medioevale tuttavia non fu totale. I contadini presero in affitto e coltivarono i terreni dei signori. Per poi acquistarli, nel secondo dopoguerra. Castelmonardo è considerata un'area di primaria importanza per l'archeologia medioevale calabrese. È un sito amato, ma nello stesso tempo anche molto conteso. È anche un po' il simbolo della rivalità e dei pregiudizi (ma anche delle intense amicizie) che hanno da sempre caratterizzato i rapporti tra gli abitanti di Filadelfia paese e quelli delle sue quarantaquattro contrade. La collina appartiene a privati. I piccoli proprietari hanno un legame profondo con quei luoghi, che hanno coltivato e curato da sempre, impedendo che subissero le conseguenze di un totale e disastroso abbandono. Gli equivoci con gli abitanti del paese nuovo però non sono mai mancati, al punto che negli anni passati e anche recentemente i contadini hanno subìto denunce e diffide, accusati e additati come possibili vandali, interessati solo al mantenimento delle loro piccole proprietà, a discapito della conservazione dei ruderi. Accuse che respingono con grande passione. Negli ultimi tempi le querele e le liti non sono mancate nemmeno tra i "cittadini". E tuttavia, gli abitanti della "città" e i "campagnoli" sembra che condividano gli stessi sogni: «Vorremmo trasformare Castelmonardo in un giardino», dice Rosario Fruci, ragioniere in pensione. «Vorremmo che fosse accessibile a tutti, che si creassero le strutture di accoglienza per il turista e il viandante». Dirupi, Targani, Friechi, Guanci, Chiusi... Questi i nomi delle contrade che circondano il colle a tre gobbe. Vecchi e bambini si considerano gli eredi morali degli antichi abitanti. Sono loro le terre, soprattutto perché le hanno coltivate e curate, perché conoscono i luoghi e i nomi dei luoghi, perché sanno le storie che i padri e i padri dei padri hanno tramandato per quattro generazioni. Sul borgo antico, sul terremoto, sui signori, sul diavolo e l'acqua santa, sui tesori nascosti dai fuggiaschi e mai trovati. C'è una piccola comunità ai piedi di Castelmonardo che ha costruito identità e differenza su una memoria collettiva intensa e sofferta. «La memoria del terremoto», scrive Vito Teti ne Il senso dei luoghi, «non viene dimenticata in quasi nessuno dei paesi dove provocò le più grandi distruzioni e numerosi morti. Le feste religiose che ancora oggi si svolgono con gran partecipazione di popolo nei piccoli e nei grandi centri sono legate a eventi catastrofici. Non si può ripensare una generica identità delle popolazioni, prescindendo la "negativo" che ne ha segnato la storia nella lunga durata». La conoscenza delle rovine e il ricordo del terremoto è parte della biografia di ognuno, anche a Castelmonardo. Ma non deve stupire se gli uomini e le donne raccontano sostanzialmente cose diverse e hanno anche un modo diverso di ricordare. Gli uomini si concentrano con ogni sforzo sulla localizzazione: ciò che conta è sapere cosa si trovava e dove. E conoscono ogni toponimo, che spiegano con insistenza e garbo. Tommaso Masdea, 93 anni, fino a due anni fa andava ancora ogni giorno a lavorare la terra. Ricorda che ci sono centinaia di grotte e che ognuna di loro ha un nome particolare. La grotta di Bruvera, dove zio Antonino metteva il grano, le grotte de' Chjurini, dal nome dei proprietari. La grotta Dondon, dove c'era tanta acqua. Da bambini andavano lì a giocare, perché davanti alle grotte il terreno era pianeggiante. Gli animali avevano ombra e acqua da bere in abbondanza. Suo figlio Rosario spiega che il nome Dondon è un'onomatopea: una goccia d'acqua cadeva a intermittenza producendo un'eco che faceva proprio così: don don Dentro la grotta dal soffitto a forma di capanna e interamente ricoperto di muschio, c'è anche un antico capitello ionico, con sopra una voluta. Qualcuno sostiene che potrebbe essere stato un antico ninfeo, altri hanno sentito parlare di un'utilizzazione della grotta per l'allevamento delle anguille. Tutti ricordano bene come hanno acquistato i terreni e quanti sacrifici hanno fatto per pagarli. I vecchi proprietari erano i Giganti, i Colonnelli, don Ciccillo e don Saverio Serrao. Il Colonnello aveva un asino e veniva tutti i giorni. Poi diventò vecchio, disse che non sarebbe più tornato a coltivare i suoi ceci e vendette l'ultimo pezzettino di Castelmonardo. Tommaso Masdea rammenta quando suo padre e suo zio divisero i terreni di famiglia. Venne un perito da Piano del Bosco. Il padre si mise da una parte e lo zio dall'altra. Tirarono i limiti. Venti passi a te e venti a me. Oppure dieci cannate a me e dieci a te. Lui, invece, comprò i terreni subito dopo il matrimonio. I parenti e gli amici gli prestarono i soldi e per restituirli andò a lavorare come manovale a Roma. Rosario Masdea, tenente della Guardia di Finanza a Viterbo, spiega che i vecchi coloni dovettero acquistare i terreni più fertili insieme a quelli che non avrebbero mai potuto coltivare perché impervi, pietrosi, senz'acqua o situati lungo burroni. Ma erano queste le condizioni imposte dai vecchi padroni: prendere il buono e il cattivo, oppure lasciare. Suo padre Giuseppe accettò. I vecchi raccontano di un tunnel lunghissimo che avrebbe attraversato il borgo sotto terra e che sarebbe stato scavato dai briganti. Temuti e rispettati, questi, per una qualche ragione oscura avrebbero voluto far saltare in aria l'intero paese. Ma il terremoto glielo impedì. Altri sanno di stalattiti e stalagmiti, ma nessuno è disposto a rivelare dove siano le grotte più belle. Le donne sanno le storie, le leggende, i sogni. E si smarriscono in un tempo mitico in cui gli anni e i secoli si confondono, dove oggi potrebbe essere ieri, e ieri l'oggi. Vittoria Bartucca ha 85 anni. È nata in montagna, a Palermi, ma vive a Targani da quando si è sposata, 63 anni fa. La fonte dei suoi racconti sono i suoceri. Che avevano a loro volta ricordi lontani. Tanti hanno creduto che fosse possibile trovare tesori a Castelmonardo: «Ma i terremotati fecero in tempo a portare via le loro cose. Per questo nessuno, scavando, riuscì mai a trovare niente. Qualcuno racconta di aver trovato un'anfora piena di denari, ma erano fradici. Un'altra volta hanno trovato solo una fossa in cui avevano sotterrato una giara. La fossa si vedeva chiaramente, ma la giara era scomparsa». Il prezzo di una ricchezza facile poteva essere anche troppo alto, sembra dire nonna Vittoria. Come in tanti antichi racconti della letteratura europea c'era di mezzo il male, bisognava cedere l'anima al diavolo. «A volte i soldi c'erano ancora, ma erano legati. Non potevi andare là a prenderli, perché c'era una dicitura. Se sognavi il posto dove erano nascosti, andavi là e gli dicevi Gesù mio aiutami, non trovavi proprio niente. Dovevi dire: Diavolo aiutami. E i soldi allora venivano fuori. Il diavolo ti poteva pure prendere a calci, se si arrabbiava davvero». Vittoria è sicura che tutto quello che i suoi uomini, il marito e i suoi cinque fratelli, trovarono nel terreno zappando fu una semplice lanternina: un pezzo di vetro davanti e un manico dietro. E ride, pensando alla gente "antica" che andava in giro con quei "cosi". Gli uomini zappavano, e trovavano solo ossa grandi, come di cavalli, pezzi di piatti rotti e cocci. Nessuno ha mai visto tesori, ma tutti sognavano e immaginavano che i vecchi abitanti in fuga avessero nascosto le cose più preziose sottoterra, in qualche nascondiglio segreto. Eppure, da un po' di tempo, i cercatori d'oro sono ricomparsi. Alcuni scavano, convinti che le viscere di una terra da sempre povera nascondano opere d'arte simili alla Venere di Milo. Altri scrivono, riconoscendo dentro stalle per maiali antiche chiese basiliane. Da Morgana hanno imparato l'antica arte di vedere quel che non c'è e di non vedere quello che sta sotto gli occhi di tutti. Esperti e pratici i contadini, hanno memorie di fatti e scarse illusioni. Con poche parole, efficaci, descrivono la tragedia, il terremoto, dipingendola con un sentimento quasi ancestrale di solidarietà attraverso le generazioni. Tommaso Masdea racconta che quei poveretti fuggivano e le scosse erano tanto forti che le pietre, cadendo dalle case, li inseguivano persino in salita. E Vittoria ricorda, come fosse avvenuto ieri: «U' terremuotu minava chjanu chjanu. La gente andò via. Restarono le chiese, restarono le case. Nient'altro che ruderi e macerie». Le scosse durarono tre mesi e i fuggiaschi ebbero il tempo di portare via tutto a poco a poco. Anche i portali, le maschere apotropaiche, statue di santi, un ostensorio d'argento, tante cose che si trovano ancora oggi a Filadelfia. O fregi e volute, madonnine di creta integrate nelle casette dirute di Friechi e dintorni. Antonia Caruso vive in una casa ai piedi della collina. Ha sentito parlare dei tanti lumicini che silenziosamente salivano su per il paese distrutto, uno dietro l'altro. Erano le anime dei morti, ma la gente non aveva paura. Nonna Vittoria sa di un monaco che voleva scappare, «ma si tormentava chiedendosi come facciamo ad andarcene? Allora si aiutò la croce in spalla e si diresse verso i Cuoli. Cercava un posto buono per piantarla, ma qui scavarono e trovano l'acqua. Si rimise la croce in spalla e si incamminò verso il paese nuovo. Qui trovò che il posto era buono, e la mise lì». Neanche dopo il terremoto la vita dei contadini fu facile. I luoghi erano impervi e spesso rappresentavano un pericolo per la vita della gente. Un racconto frequente riguarda il triste destino di una donna incinta che un giorno si recò alla fontana a prendere l'acqua. Il sentiero era stretto e correva lungo un burrone a strapiombo. Si poteva passare solo una persona per volta. Si incontrarono due donne, una andava e l'altra se ne veniva, timpa timpa. La donna incinta cercò di passare, ma precipitò e ruzzolò a valle seguita da un mucchio di pietre. Anche gli animali ruzzolavano nelle scarpate: i maiali, le asine. I contadini avevano le terre nelle timpe e dovevano andare. Antonia prova ancora pena per l'asina carica di pietre che precipitò dalla Timpa della monaca. Arrivò fino in fondo al burrone e si fermò solo davanti all'uscio delle case. La trovarono con i fianchi bucati da una parte all'altra. Le pericolosissime timpe sono entrate nel linguaggio comune della gente di Filadelfia. Quando qualcuno raccontava fandonie, il consiglio più frequente era Va' jettati da' timpa do' Jardinu. «Dopo il terremoto tutti gli abitanti di Castelmonardo hanno avuto diritto ad un lotto per costruirsi una casetta nel paese nuovo» spiega il figlio di Tommaso Masdea, Rosario. «Chi possedeva di più ha avuto di più, tutti in proporzione a quanto avevano a Castelmonardo. Per questo ancora oggi vediamo tante casette piccole di diversa metratura. Noi ce l'abbiamo ancora la casetta, vicino al mulino. La usavamo solo quando venivamo a Filadelfia. La gente lasciava lì la cofineda, si cambiava le scarpe, o se le metteva proprio, dato che tanti arrivavano in paese scalzi. Altri le pulivano. Le scarpe erano di legno, un pezzettino di zoccolo combinato». E Vittoria ricorda che per pulire le scarpe si usava inumidire una pezza, passarla nel grasso annerito di una fressura e poi sulle scarpe. Durante la seconda guerra mondiale i vecchi proprietari di Castelmonardo, residenti a Filadelfia, si rifugiavano nelle grotte. E i contadini, affittuari dei loro terreni, andavano a rifornirli di quel poco che c'era: a volte portavano solo acqua. Il ricordo dei luoghi è strettamente legato alle storie di vita della gente. Sono le donne, soprattutto, che raccontano il rapporto tra il loro vissuto e le pietre, le grotte, i sentieri. Carmela Caruso è nata nel 1919. Perse la madre a quattordici anni. Per tanto tempo pianse notte e giorno. Si rifugiava tra le rovine e stava lì a piangere, chiamando la madre e aspettandosi di vederla, prima o poi, ritornare. La madre tornò, racconta a noi increduli. Scoppiò un grande incendio. Dormivano, lei e i suoi fratelli. Fu svegliata da qualcuno che bussò per tre volte alla porta. Fu così che riuscirono a salvarsi. «Era mia madre» ci dice, «che venne ad avvertirci, troppo dispiaciuta che i suoi figli morissero bruciati così». Carmela racconta la sua storia e mentre parla arrivano echi lontani di un paese che non esiste più. Parla e ride, piange, si emoziona, scherzosamente dà ordini alle figlie e quando andiamo via ci vorrebbe riempire di regali. La memoria collettiva a volte si contrappone alla storia ufficiale. Ma è su di essa che si costruisce l'identità dei gruppi. La memoria è selettiva, è fatta di ricordo, ma anche di oblìo. I cercatori d'oro fanno i conti con la memoria e con l'oblio. Hanno di buono che non sopportano più nessuna dimenticanza. E di cattivo che i loro interventi possono avere un impatto imprevedibile nel delicato equilibrio del luogo. Sognano scavi archeologici ma non si accorgono che i ruderi che affiorano stanno già franando. Minacciano espropri e non si accorgono che senza le economie locali il sito sarebbe andato del tutto in rovina già cinquant'anni fa. Vorrebbero invitare tesisti a venire qui per studiare i ruderi, e non vedono che a Filadelfia non esiste un archivio mentre nella chiusa biblioteca comunale non c'è più un solo libro su Castelmonardo. Sognano i fondi, magari strutturali, e non si accorgono che il vero tesoro è nell'aria, nell'acqua, nel cielo, nel silenzio ancestrale. Nel vento a volte dolce, a volte inquietante. Nella vista mozzafiato, fino alla cima dell'Etna. Nell'olio, nel cibo, nel vino, nel miele che ancora oggi qualcuno produce. Nell'ospitalità della gente, nel suo buon cuore. Nell'acqua della fontana delle Grazie e di quella del Crocifisso. La sacralità dei luoghi impone comportamenti antitetici rispetto alla modernità: conservare, camminare, sostare. Ripristinare. Per esempio, riportare nel borgo di Friechi le macine dei mulini che lastricavano le strade e che qualche fine cercatore d'oro ha ben pensato di portarsi a casa. Dal 1971 al 1973 i Gruppi archeologici d'Italia, guidati da Diego Maestri, hanno condotto una campagna di ricognizione, studiato i ruderi, effettuato sondaggi. Nel 1974 fu allestita una mostra nei locali del palazzo Serrao de' Gregory. Il museo fu successivamente chiuso. Il nobile palazzo è stato trasformato nel deposito dell'unico supermercato del paese. Il suo portale, forse originario di Castelmonardo, ha subìto dei danni. I reperti, databili tra l'anno 1000 e il 1800, per anni giacquero dentro scatoloni. Oggi si trovano un po' alla rinfusa dentro vetrinette polverose, alla mercè di chiunque. Le ricerche del Gai furono interrotte per difficoltà economiche, ma anche perché se gli archeologi avessero effettuato degli scavi in profondità, sia l'amministrazione comunale che la soprintendenza si sarebbero trovati di fronte a problemi di restauro e conservazione non indifferenti. Importante è stata anche l'attività di ricerca svolta dallo storico locale Giovan Domenico Barone. Questa estate il sito si presentava abbandonato e aggedito dalle erbacce e solo l'impegno di volontari del Gruppo archeologico locale guidati dai contadini del posto, ha permesso di liberare i sentieri e di renderlo accessibile. Un bell'esempio di cittadinanza attiva. Ma il paese mormora: l'iniziativa privata, senza il controllo e la guida di archeologi esperti, potrebbe anche essere dannosa, sostengono alcuni. Che fare di Castelmonardo? Il paese discute, si infiamma. Tutti vogliono essere coinvolti nella costruzione del futuro di Castelmonardo. Un bell'ossimoro: si pensa al futuro di un luogo morto, mentre Filadelfia, paese ancora vivo, si svuota e decade. Morgana chiama, la gente accorre. Ma pare che anche la litigiosità dei Filadelfiesi sia una caratteristica ereditata dagli abitanti del borgo medioevale distrutto. «Posso parlare perché ho le chiavi di Santa Maria», dice nonna Carmela, accennando alla Chiesa di Santa Maria del Corazzo, ai piedi del paese. Per una strana idea di progresso e modernità una vecchia amministrazione comunale, decenni fa, ne distrusse la navata sopravvissuta al terremoto. Ci passò in mezzo una strada che collega ancora oggi Castelmonardo alle contrade di montagna e alla provinciale. Il parco naturalistico archeologico, di cui parlava il funzionario della Soprintendenza Roberto Spadea durante un sopralluogo sul sito, dovrebbe comprendere anche il recupero dell'antico borgo di Friechi, dei mulini, la creazione di sentieri percorribili lungo i due torrenti Prantari e Greto. Ma, soprattutto, dovrebbe integrare le piccole economie locali e difendere i beni immateriali, i più fragili, custoditi nella memoria e nei valori di chi quelle terre vuole difendere e tutelare.
Il Quotidiano della Calabria
10 Febbraio 2008
✓ Entità verificate
Borghi abbandonati. L'identità che resiste. Castelmonardo legami di terra
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Francesca Viscone
Il Quotidiano della Calabria
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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