In questi tempi di (timida) ripresa dell'indignazione civile contro la sempre più capillare distruzione del paesaggio italiano da parte di speculatori edilizi, architetti e amministratori pubblici, a molti credo sia sfuggito che la triade è in realtà un quartetto. Altro e fondamentale attore di questa vicenda è infatti la politica. E cioè: la storica assenza d'una politica dei beni culturali in Italia. Dove una politica dei beni culturali non consiste nell'inaugurare l'ennesimo e ripetitivo restauro, perseguitare i privati proprie-tari, promuovere mostre o altri «eventi» ad effetto e quan-t'altro si è sempre e solo finora fatto. Una politica dei beni culturali consiste nell'attuare un forte e coraggioso e moderno progetto di tutela in grado di dare concreta risposta organizzativa, tecnico-scientifica e giuridica al fondamentale quesito posto dal nostro patrimonio culturale: quale destino per l'arte del passato e per il paesaggio a cui questa è geneticamente coonestata? Un progetto da condividere con il Ministero dell'Ambiente e con quello dell'Università. E un progetto, che abbia come suo primo obiettivo la formazione di tecnici esperti in materia di teoria e pratica delle scelte pubbliche relative a problemi di compatibilita tra «sviluppo» e «conservazione». Figure che, incredibilmente, in Italia non esistono. -Ma perché dovremmo imputare a una mai attuata politica dei beni culturali i grattacieli alti cento metri di Milano e tutti gli altri sgangherati gesti di cieca fede nell'onnipotenza della tecnica moderna, così come i concretissimi, subdoli e infiniti «Monticchielli d'Italia»? Perché proprio a questa assenza d'una politica si deve la mancata crescita d'una specifica cultura di tutela nel Paese. Di quella cultura della compatibilita tra «sviluppo» e «conservazione» che avrebbe dovuto essere un nostro primato nel mondo. Un'occasione di sviluppo e occupazione. La via italiana alla conservazione del patrimonio culturale in rapporto all'ambiente. La conservazione del paesaggio storico come Patria. Tutto ciò con molte e gravissime conseguenze. Dall'immenso tradimento consumato sulla pelle di almeno due o tre giovani generazioni, vale a dire la vergogna delle decine di migliaia di restauratori costretti ali'autoformazione e delle altre decine di migliaia di laureati in Conservazione dei beni culturali costretti alla sottoccupazione, quando non alla disoccupazione. Fino all'aver reso in problema di tratteggi, incroci, tinte neutre e altre passamanerie estetizzanti la formidabile durezza della materia conservativa, ovvero a dilettantesco gioco la fondamentale importanza dei dati materiali inerenti all'organizzazione del lavoro nel cantiere artistico, quale ben dimostra la recentissima e sconfortante riduzione a una serie di figurine Panini del «com'era dov'era» uno dei massimi capolavori della civiltà figurativa dell'Occidente, il «Ciclo Francescano» di Assisi. Lasciando però perdere tutto questo (che comunque è moltissimo) e restando agli architetti, l'assenza di una qualsiasi vera politica dei beni culturali ha fatto sì che la gestione del rapporto tra arte del passato e paesaggio sia stata nei fatti affidata allo sgomentante numero dei circa 150mila architetti prodotti nel nostro Paese soprattutto dopo il fatidico '68, quindi in solo una trentina d'anni. Con un problema di fondo. Che a questo vero e proprio popolo di architetti (poco meno di venti architetti per ognuno dei circa 8mila comuni italiani: da Milano a Roccacannuccia!) quasi nessuno ha insegnato che in un Paese qual è il nostro, colmo d'una storia ultramillenaria anche nel più sperduto suo luogo, l'edilizia e il paesaggio storici devono tassativamente essere l'imprescindibile termine di riferimento per la forma e la distribuzione delle funzioni della città nibderna; non episodi ornamentali a sé stanti posti entro centri storici cintati da inutili divieti, come invece la maggior parte dei professori di progettazione e di urbanistica ritiene. E proprio questa ignoranza di fondo ha fatto sì che la ventina di architetti per ogni nostro comune abbia potuto tranquillamente progettare, appunto in ognuno dei circa 8mila comuni italiani (Roccacannuccia compresa), i desolanti cataloghi di velleità tipologiche e urbanistiche sotto gli occhi di tutti in particolare nelle periferie, così come gli sfregi ambientali che sono la gran parte delle più recenti infrastrutture. Periferie e infrastrutture ne-cessarie, e anzi le seconde ancora insufficienti, ma che mai sono state realizzate usando la principale forza formatrice del nostro mondo, la tecnica moderna, per salvare, non per distruggere, il rapporto tra storia, cultura e territorio. Non solo. L'autorizzato disinteresse per la storia ha fatto sì che molti dell'esercito dei 150mila abbiano potuto sentirsi liberi di chiamare in causa la propria «creatività». Liberi cioè d'abbandonare lo strettissimo rapporto che in passato ha sempre legato arte e natura, per dar sfogo a forme che, come accade per l'arte contemporanea, tutti possono fare: anche senza una cultura storica e anche senza saper disegnare. È quella che si potrebbe chiamare «architettura astratta» (e tale è anche quella ideologicamente razionalista), di cui recentissimi esempi sono, a Roma, la sbagliata risistemazione dell'Ara Pacis da parte di Richard Meier e le inutili «Nuvole» (il nuovo Centro congressi progettato da Massimiliano Fuksas, Ndr). Se poi sono proprio quest'ultimi architetti a venire considerati i più bravi perché «veri artisti», vicende come quelle accennate sono potute avvenire anche grazie al fatto che i professori di restauro architettonico hanno inculcato a quei soliti 150mila il principio teorico per il quale restaurare un edificio significa conservarlo nel preciso stato in cui si trova, estetizzandone la condizione di rovina, ovvero integrarne le parti mancanti con ferro arrugginito, cristalli affumicati, stucchi lucidi e tutto quant'al-tro del triste armamentario sedicente «filologico» del moderno. Dunque una progettazione che chiunque è in grado di realizzare appunto «anche non sapendo disegnare e anche non conoscendo la storia», di cui sono recente prova, ad esempio, i restauri del Palazzo della Ragione, a Milano, o quello di Palazzo e piazza della Rovere, a Senigallia. Speranze per un cambiamento di questa apparentemente incredibile, eppure verissima, situazione? Quasi nessuna. L'unico modo per far cessare la «monticchiellazione d'Italia» sarebbe che qualcuno, ad esempio un ministro, se non è troppo chiedere, desse corso a una moderna e ampiamente interdisciplinare politica dei beni culturali. Magari subito disponendo (sempre il qualcuno) una moratoria sugli accessi alle carriere che diano facoltà d'intervenire, direttamente e non, sul patrimonio culturale del Paese, consentendo inoltre piena e vera libertà all'uso della dinamite per ripulire le Stalle di Augia dalle montagne di stereo cementizio con cui si è irresponsabilmente lordato ogni minimo anfratto del territorio del nostro Paese. Siccome però il futuro si può ragionevolmente dedurre dal passato, quasi certo è che tutto continuerà a procedere nello stesso modo d'oggi. Fino a completare 1 ' irrisarcibile, perciò ancor più demente e criminale, scialo della qualità che rendeva unico al mondo il nostro patrimonio culturale: essere parte stessa dell'ambiente. P.S. Per Capodanno, Salvatore Settis ha espresso sul «Sole 24 ore» moderato ottimismo circa una revisione nel 2008 del Codice Urbani (Giuliano) dove più serratosifarebbeil rapporto tra tuteladel patrimonio artistico e tutela dell'ambiente. Bene fa Settis a essere moderatamente ottimista. Perché nulla potrà mai accadere di diverso dall'oggi se ad applicare quella futura legge continueranno a essere amministratori pubblici, tecnici e imprenditori manifestamente impreparati a dar risposta al solito e fondamentale quesito: quale destino per l'arte del passato e per il paesaggio a cui questa è geneticamente coonestata?
Il Giornale dell'Arte
15 Marzo 2008
PAESAGGIO - Monticchielli d'Italia
BR
Bruno Zanardi
Il Giornale dell'Arte
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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