Nel gennaio di questanno avanzammo da queste ospitali colonne la proposta minimale della pedonalizzazione di via Ruggero Settimo, sullonda di quanto già praticato nelle vie Magliocco e Principe di Belmonte. Praticato si fa per dire perché è noto (e anche di questo scrivemmo in quelloccasione) che non sempre i commercianti delle strade in questione sono coesi nel fare un minimo di scelte comuni in direzione di un miglioramento della qualità della loro offerta. Poco tempo dopo il comune di Palermo sembrò accogliere quella proposta (non certo per merito del mio articolo) e anzi promise di ampliarla: pedonalizzare cioè non solo la via Ruggero Settimo ma tutta la via Maqueda. Come si sa il meglio è nemico del bene e questo allargamento dellidea di base è risultato o può risultare in qualche modo fatale. Una cosa infatti è rendere percorribile a piedi il tratto, tutto sommato breve, fra le piazze Politeama e Massimo; altra cosa ben diversa è estendere questo provvedimento allintera via Maqueda. In primo luogo infatti pedonalizzare una strada non consiste come è ovvio soltanto nello sbarrarla allinizio e alla fine, munendo di fischietti tre o quattro vigili urbani. La cosa è molto più complessa: si tratta di arredare con panchine e fioriere, in sostanza di rendere vivibile e gradevole il percorso dei passanti. Ma cè unaltra obiezione ancora più forte che ogni palermitano di buon senso credo possa condividere. Infatti il tessuto commerciale di via Ruggero Settimo è del tutto differente da quello di via Maqueda. Nella prima si concentra in qualche modo, sia pure con molti e profondi cambiamenti e anche in modo residuale, quel che resta di una certa aristocrazia del commercio a Palermo. Passato il Teatro Massimo la situazione muta profondamente. (segue dalla prima di cronaca) Anche lì i cambiamenti non sono mancati e non mancano, ma si tratta per lo più di piccoli esercizi commerciali che, almeno a occhio nudo, non appaiono allapice delle loro fortune e che non sembra offrano al passante la stessa qualità dellassai più elegante via Ruggero Settimo. Aggiungiamo ancora che nel primo caso i necessari mutamenti ai flussi di traffico erano tutto sommato abbastanza ridotti. Ampliando lidea a tutta la via Maqueda le cose ovviamente risultano assai più complicate per non dire insolubili, di modo che, come dicevamo allinizio, lestensione del progetto tende sostanzialmente al suo pratico annullamento. E difatti è di questi giorni una sorta di marcia indietro del Comune: si, è vero, volevamo pedonalizzare tutto, ma la cosa non è semplice; i commercianti sono come sempre contrari; insomma, se e quando si farà, sarà forse in estate e forse solo nei giorni festivi. In pratica tutto come prima. Nel frattempo non si può dire che il Comune sia stato con le mani in mano: è di questi giorni una quotidiana battaglia sui media per convincere i riluttanti cittadini di Palermo a munirsi dei famosi pass per le zone a traffico limitato A e B che praticamente coincidono con lintera città. Ora, anche questa è una vicenda sulla quale siamo tornati qualche volta. Non sarò certo io a lamentare il ricorso ai privati nella gestione dei pubblici servizi. Magari esso fosse più diffuso con vantaggio dellefficienza e dei prezzi. Ma est modus in rebus. Della vera e propria consegna del territorio della città alla società Td Group non si sa assolutamente nulla: a consultare il sito del Comune di Palermo, quello della società e meglio ancora, quello appositamente costruito per facilitare lacquisto dei pass, non si trova traccia non dico del testo completo, ma nemmeno di una sintesi degli accordi intervenuti fra il Comune e la società. Si trova invece più volte ripetuta lordinanza del sindaco, un atto nella forma e nella sostanza non dissimile da quello che avrebbe potuto emanare ai suoi tempi Carlo di Borbone. Per non parlare delle vere e proprie limitazioni della mobilità imposte a chi non ha le auto catalizzate al punto giusto (euro 3 o euro 4) e delle difficoltà che tutta questa vicenda imporrà a chi in città non si reca per gioco o per passeggiata, quanto piuttosto per necessità di lavoro quotidiano. So di avventurarmi in un terreno che non è mio, molto delicato e scivoloso. Ma chiedo agli esperti di diritto pubblico (e in città non ne mancano) se non vi siano possibili profili di incostituzionalità in queste limitazioni, per di più gestite da una società privata. Ripeto, non lo so e so di essere su un terreno minato, ma mi piacerebbe sentire qualche opinione al riguardo. E qua veniamo in qualche modo alle «considerazioni finali». Queste vicende cittadine confermano infatti la mancanza totale di opinione pubblica in questa città. Che vuol dire opinione pubblica? Vuol dire la capacità dei cittadini, singoli o associati, di reagire costruttivamente, in maniera civile, nellambito del tessuto normativo, a provvedimenti che a loro parere sono contrari allinteresse pubblico. Anchio ho insistito tante volte sul ruolo positivo e nuovo che le associazioni e le fondazioni che si occupano della tutela dei beni artistici e culturali hanno svolto in questa città, sia pure da pochi anni. Hanno creato un prestigiosissimo premio annuale, si sono mosse bene nella vicenda della contemporanea chiusura dei musei Salinas e Abatellis, e tuttavia questo è ancora troppo poco. Sostanzialmente Palermo non riesce ad esprimere la voce dei propri cittadini, la voce libera di coloro che hanno tutto il diritto di levarla e che tuttavia non trovano, non dico il coraggio, ma quantomeno la necessaria spinta a farlo. E mi permetto di aggiungere, magari con un pizzico di presunzione, che la prova è in re ipsa cioè a dire in questi stessi articoli che da tanto tempo ormai vado scrivendo su queste colonne e a proposito dei quali non registro reazioni, né positive né negative. Delle due luna: o non li legge nessuno, e questo non è vero, perché abbiamo ovviamente tante prove del contrario; o essi nonostante la loro pretesa di essere quantomeno chiari non riescono a smuovere la tradizionale passività della cittadinanza palermitana, adusa da troppo tempo ad essere solo soggetto passivo di decisioni prese altrove e di interessi non sempre limpidi.