Sorse in una posizione strategica, di fronte palazzo Ingham Lapertura della chiesa anglicana di via Roma, monumento misconosciuto appartenente alla diocesi di Gibilterra La sua architettura era estranea al tessuto urbanistico della città Neoclassico, neopompeiano, neorinascimento, neobarocco, neogotico, ognuno con la propria declinazione e specificità - di gusto, di destinazione, di ammiccamenti ideologici - dettando insieme alle operazioni urbanistiche il volto della città moderna sino a fare confluire gran parte di questi revival nelle sinuose e tese eleganze art nouveau, alla fine del secolo. Né Palermo fa eccezione a tale panorama, anzi: perché sia lantica città murata che gli assi della nuova città borghese diventano, nel corso del XIX secolo, il palcoscenico privilegiato dove fare agire il linguaggio degli stili architettonici del passato come altrettanti attori, di volta in volta di una pretesa dignità di nazione - quella idea di nazione siciliana che prende slancio in modo compensativo e non di rado velleitario subito dopo lUnità - di un generico, vagheggiato passato favolistico e anche di veri e propri trapianti di modelli che innervano, in bifore, campanili e loggiati, le traiettorie economiche della Sicilia ottocentesca. È significativo che in tale geografia le due Palermo dellepoca, quello dei Florio e quella degli Ingham e dei Whitaker, si tocchino, si giustappongano e si incrocino spesso avendo laria di ignorarsi, pur facendo riferimento a un medesimo repertorio trasversale: per Vincenzo Florio senior Carlo Giachery adotta nellala dei Quattro Pizzi allArenella, nel 1844, il riferimento al gotico anglosassone, e più tardi la stessa famiglia rileverà la palazzina allOlivuzza già dei Wilding-Branciforte, con la loggetta e il coronamento ripresi testualmente dal Palazzo Ducale di Venezia. E, a quella data, linfatuazione per la città lagunare sarà uno dei leitmotiv della cultura inglese, sullonda de Le pietre di Venezia pubblicate (1853) da John Ruskin, vera e propria Bibbia di certa sensibilità romantica. Ma se le preferenze dei Florio vireranno presto verso il gotico siciliano di matrice catalana (Matteo Carnalivari su tutti), le tendenze revivalistiche del gusto inglese verranno invece rivendicate, come il segnale di una appartenenza e un legame inscindibile, dagli Ingham e dai Whitaker, al punto da segnare sulla carta della città il possibile tracciato di una Palermo vittoriana incuneata in alcuni snodi nevralgici della nuova città borghese. Riecheggia il medioevo veneziano - e quindi il gusto dettato da Ruskin - la facciata della villa in via Cavour, oggi sede della prefettura, progettata dallarchitetto di fiducia (nonché marito di Caroline Whitaker) Henry Christian; il neorinascimento toscano della villa in contrada Malfitano riformula un altro topos del gusto inglese ottocentesco; fu affidata a Beaumont Gardner la ristrutturazione in chiave neogotica della costruzione ai Colli, Villa Sophia, dove nel 1907 alloggiò il sovrano Edoardo VII con la moglie Vittoria. Ed è un vero e proprio manifesto delle Arts and Crafts (la definizione è tratta dagli accurati studi pubblicati da Erminia Scaglia nel volume di Francesco Amendolaggine dedicato allHotel des Palmes, edito da Sellerio) la chiesa anglicana intitolata alla Holy Cross, la Santa Croce, che oggi prospetta su via Roma, edificata tra il 1872 e il 1875 in quello che allora era la vasta area verde degli Orti Carella. Una posizione strategica: di fronte si ergeva Palazzo Ingham, acquistato da Benjamin nel 1856 e ristrutturato ancora da Christian, che sarà poi ceduto nel 74 a Enrico Ragusa che lo trasformerà nellHotel des Palmes, e la nuova chiesa doveva quindi raccogliere sotto lala protettrice della famiglia di imprenditori la numerosa comunità inglese attiva a Palermo. Commissionata da Joseph Whitaker, costruita in arenaria gialla su progetto di Christian e di William Barber, la chiesa segue i modelli propri dellarchitettura religiosa vittoriana con la facciata scandita dalla torretta poligonale sormontata dallalta cuspide e dal grande rosone, e la sua sostanziale estraneità al tessuto urbanistico e architettonico di Palermo era comunque schermata dal verde del giardino poi distrutto dal taglio della via Roma. Ma è soprattutto linterno, decorato con vetrate e mosaici, pavimentato in mattoni smaltati, arredato dal fonte battesimale, dal pulpito e dal dossale, impreziosito dai ritratti reggimensola che raffigurano (tra gli altri) personaggi storici quali Elisabetta I, larcivescovo Cranmer e Lord Burleigh, che esporta a Palermo i modi delle Arts and Crafts teorizzati e messi in opera, in Inghilterra, da William Morris: la volontà di ricucire quella frattura tra arte artigianato provocata dalla rivoluzione industriale, e di elaborare un modello progettuale di integrazione tra architettura e arredi sino al controllo del più piccolo dettaglio. Quello che colpisce, nellesempio della Holy Cross, è la tempestività dellintervento palermitano rispetto al dibattito in corso in Inghilterra: Morris costituisce la società con Marshall e Faulkner nel 1861, e la sua ricaduta sui modelli produttivi è rapidissima. Nella chiesa anglicana, la maggior parte dei materiali è così di provenienza inglese: le tegole del soffitto sono acquistate dalla manifattura londinese di Thomas Peake, i mattoni della pavimentazione sono della ditta Maw Co., le vetrate sono fornite dalla Clayton Bell, i telai in ferro delle finestre dalla Cox and Sons, il dossale e il fonte battesimale sono disegnati da Francis Cramer Penrose. Parziale eccezione sono i mosaici eseguiti dalla ditta veneziana Salviati (ancora le suggestioni innescate da Ruskin), e il contributo palermitano è (a parte la pietra di Billiemi delle colonne) unicamente esecutivo: la ditta Casano a cui è affidata la costruzione è diretta dal colonnello Henry Jule, e lo scultore Benedetto Civiletti si limita a trasferire in pietra i disegni di Penrose. Insomma, un aspetto importante della cultura artistica e del tessuto produttivo inglese - lo stesso esibito nelle grandi esposizioni dellepoca - trasportato nella Palermo ottocentesca come un segmento chiuso e compatto. Questo medioevo rivisitato e immaginario in cui si specchiava - cattiva coscienza - il décor alto-borghese dei capitani dellindustria, della finanza e del commercio in un raffinato gioco eclettico di camuffamenti, è, a tuttoggi, anche un celebrativo regesto dinastico: le targhe metalliche o in pietra che intarsiano le pareti della chiesa anglicana (oggi appartenente alla diocesi di Gibilterra, al pari delle altre chiese anglicane continentali; si può visitare il mercoledì dalle 10 alle 12, la domenica viene celebrata la funzione religiosa) raccontano gran parte della genealogia degli Ingham e dei Whitaker, in una memoria forse più appartata e discreta rispetto al sigillo trionfale che i Florio vollero imprimere alla città, ma non per questo meno decisiva - anzi, al contrario - nella sua storia moderna.