Leffettiva considerazione che lItalia ha per la propria cultura si legge chiaramente nella percentuale del Pil investito nel settore, nettamente sotto la media europea. Il caso più clamoroso è sicuramente lUniversità. Dopo il maggio francese, De Gaulle ha fatto costruire dieci nuove sedi a Parigi. In Italia, il 68 è diventato il facile capro espiatorio del non intervento. Non siamo competitivi in Europa, le Università italiane perdono prestigio? La colpa è del 68 e del voto politico (una pratica persa da un pezzo). Per colmo di beffa lunico provvedimento di riforma, dopo trentanni, è stato lintroduzione frettolosa e generalizzata del 3 2, falsamente spacciato per modello europeo. Qualcosa che per di più somiglia al piano Gui contro cui nacque il 68, un primo livello di laurea dopo tre anni, allo scopo di sfoltire gli Atenei neanche fossero carceri. Così i docenti italiani sono diventati i più anziani e peggio pagati dEuropa, e allultimo minuto si possono sottrarre allUniversità risorse già concesse per destinarle agli autotrasportatori. Questi bloccano visibilmente le strade (e le merci destinate ai mercati), mentre i danni della crisi dellUniversità sono invisibili, riguardano il lungo periodo, possiamo lasciarli ai nipoti. Si potrebbe però aggiungere che oggi sono perfettamente visibili disastri le cui cause risalgono a quarantanni fa: la scomparsa dalla scena mondiale dei cinema italiano e degli spettacoli italiani dai Festival internazionali, la fine della Hollywood sul Tevere, la crisi della lirica italiana (che potrebbe ben essere una ricchezza nellepoca del mercato globale), lesaurirsi del modello di teatro pubblico di Strehler e Grassi nella propria auto parodia... Cè forse qualcosa di più sottile, che non riguarda lentità degli investimenti, quanto la concezione della cultura. Se il suo valore essenziale consistesse in qualcosa che non può che sfuggire allo sguardo di chi (Ulivo compreso), piuttosto che farla crescere e sviluppare, ha voluto governarla, finalizzarla, razionalizzarla, ricondurla ad un modello e alle sue regole? Il mercato non può certo trarre il meglio dalla cultura; la appiattisce sulla legge della massima audience, anziché creare una pluralità di offerte e di pubblici potenzialmente illimitata. Ma è efficace combattere questo liberismo con i brandelli della formula democristiana, che invitava a scambiare col denaro pubblico la propria ossequiosa docilità? Se il valore irriducibile della cultura consistesse nella sua autonomia (darsi da sé la propria legge), e nella libera serie di conflitti che genera (un concetto forse difficile da capire da chi pensa che negando la lotta di classe si favorisca solidarietà e coesione sociale)? Può essere questa la ragione per cui, a trentanni di distanza, lEstate romana e la stagione delleffimero dei comuni, tra il 1976 ed il 1981, allinsegna dellassoluta autonomia degli operatori non ancora omogeneizzati da bandi, commissioni di congruità e dalla formazione di un nuovo mercato culturale, comunica ancora oggi unidea di riscoperta della città e di esaltazione della sua mobilità (mentre certi momenti delle Notti Bianche sembrano voler immobilizzare la folla per metterla in posa)? La direzione dellintervento politico sarebbe più o meno opposta a quella invece sinora imboccata, ad esempio per riformareil Ministero dei Beni Culturali. Si sarebbe trattato di dare più autonomia, scientifica, finanziaria, dintervento, alle Sopraintendenze territoriali ed agli Istituti Centrali (del restauro, del catalogo...); un qualcosa di unico, e di specificamente italiano, che si era formato per stratificazioni successive nel tempo. Si è invece preferito, con esiti poco felici, moltiplicare le Direzioni Generali, frammentare e centralizzare in funzione del collo stretto dellimbuto, il Ministro, le strutture territoriali, svuotate di poteri, persino subordinate a sopraintendenze regionali di nuova istituzione. Con queste premesse, la fusione con lo Spettacolo e con il Turismo non ha portato alla nascita almeno di un Ministero forte, conforme alla prassi europea, ma ad un più modesto incontro tra burocrazie ministeriali (dove i settori più ricchi dal punto di vista del Pil hanno prevalso su quelli più ricchi di qualità culturale e di potenzialità innovative). Si può assumere questa storia del Ministero come una metafora. La preoccupazione del controllo politico può finire per mortificare, se non uccidere la politica, intesa come processo sociale profondo, non riconducibile semplicemente al governo o ai partiti. In cultura (come nella ricerca scientifica o nelle Università), il valore non è il consenso quanto il dissenso, la possibilità per le idee (proprio quando sono nuove non sono garantite da un consenso preventivo) di non cadere, prima ancora di potersi esprimere pienamente, vittime di censura (ideologica, economica, di mercato). Laspetto più inquietante della televisione italiana (apparentemente in buona salute perché drogata dal monopolio, dalla pubblicità e da una relazione anomala con la politica) è che si esprime in un unico modello, dove Rai e Mediaset (ed ormai anche Sky) si confondono. Mentre la ricchezza della cultura si misura in diversità di riferimenti e ispirazioni, in polemiche, nellespressione del possibile, dunque della diversità.