Con il nuovo Codice previste tre categorie: definiti gli «inalienabili» Ministero pronto a varare un decreto per evitare la «svendita» II ministro Giuliano Urbani va alla guerra. Mentre da un lato presenta il nuovo Codice dei beni culturali - 184 articoli che il governo si appresta a varare definitivamente entro il prossimo gennaio - ampliando l'elenco dei capolavori inalienabili e prevedendo un decreto per evitare una possibile svendita, dall'altro si batte contro la depenalizzazione degli abusi edilizi compiuti nelle aree protette, resa possibile da un emendamento al testo della legge che è all'esame della Commissione ambiente del Senato. Inutile sottolineare ancora una volta quanto sia rischioso un simile allentamento dei vincoli e delle pene in un paese che la speculazione e l'abusivismo edilizio hanno già ampiamente sconciato, senza alcun rispetto né del paesaggio né dell'ambiente. Inutile ricordare la messa a sacco delle nostre coste, l'assalto ai parchi nazionali, le offese ai borghi medievali. Basterebbe leggersi il recentissimo libro di Vittorio Sgarbi, Un paese sfigurato. Un leggero ripensamento è stato espresso da Forza Italia, a sua volta con un emendamento che prevede comunque un'autorizzazione edilizia e il pagamento di una sanzione pecuniaria per poter godere della depenalizzazione. Ieri Urbani, che in proposito aveva rivolto un appello allo stesso capo del governo, ha ricevuto il gruppo delle associazioni ambientaliste, del quale facevano parte l'Associazione Bianchi Bandinelli, il Comitato perla Bellezza, il Fondo per l'Ambiente italiano, Greenpeace, Imi, Italia nostra, I.ac, T.av, Legambiente, Lipu, Vas, Wwf per discutere proprio il famigerato comma 32 che depenalizza gli illeciti contro il paesaggio. Ai presenti il ministro ha ribadito la sua contrarietà al testo così modificato, già espressa al presidente del Consiglio e al ministro dell'Ambiente, Altero Matteoli. «Assumerò le iniziative più opportune - ha dichiarato - al fine di tornare al testo approvato in prima lettura al Senato per evitare i prevedibili danni al paesaggio italiano e una violazione dell'articolo 9 della costituzione». In quanto al nuovo Codice dei Beni culturali e paesaggistici, presentato ieri alla commissione istruzione e cultura del Senato, vi sono state introdotte tre categorie in riferimento alle proprietà dello Stato: beni del tutto inalienabili, beni cedibili ai privati con limite della destinazione d'uso e beni vendibili perché privi di valore storico-artistico. «Il codice - ha sottolineato il ministro dei Beni culturali - fa chiarezza sul come trattare i beni demaniali. L'indispensabile proprietà pubblica viene sottolineata nella prima categoria. Sono inalienabili, tanto per esemplificare, il Colosseo o la Fontana di Trevi o il Duomo di Milano. La seconda comprende ville, palazzi, residenze che possono essere ceduti ai privati e da loro gestiti purché la destinazione sia consona al bene: niente discoteche o fasi food ma musei o manifestazioni culturali. Nella terza rientrano case, carceri, caserme, beni demaniali abbandonati e senza valore storico-artistico. In questo modo - ha concluso il ministro - lo Stato ottiene due risultati positivi: si sgrava di carichi costosi e libera risorse per meglio tutelare il patrimonio che ha bisogno di cura pubblica». A proposito della tutela, il ministro è tornato sulla dibattuta questione del silenzio-assenso alla cessione: «I beni culturali non hanno nulla da temere. II silenzio-assenso può essere interrotto in qualsiasi momento parlando o dissentendo. Non è un pericolo, e un vincolo temporale che penalizza l'inerzia».