«La situazione del mercato dell'arte è buona ma oggi la quantità conta più della qualità» Umberto Allemandi compie presto settant'anni e da 52 fa l'editore. E' una passione? «Un divertimento. Ho iniziato a cinque anni... Sono figlio unico e con i miei genitori passavamo le notti fuori Torino durante i bombardamenti. Mia madre volle fermarsi ad Asti all'albergo Reale in Piazza Alfieri, dove servivano bistecche nascoste sotto gli spinaci. Decise, per non farmi perdere un anno di scuola, di assumere un maestro. Imparai presto a scrivere e creai un giornalino fatto da me di cui vendevo il diritto di lettura alle amiche di mia madre. Poi passai al giornalino della scuola con Vattimo ed Eco. Ero il più giovane del gruppo dell'azione cattolica con Furio Colombo, Rodolfo Arate, Emmanuele Milano, Luciano Parazza». Quando decise di diventare editore? «Diventai direttore della Casa Editrice Bolaffi. Alberto trasformò le edizioni filateliche in libri per il collezionismo. Rimasi lì per 20 anni poi fummo comperati da Mondadori». La Allemandi quando nasce? «Negli Anni Ottanta dopo l'acquisto della Mondadori, io rimasi come direttore generale editoriale a Milano e volli fare un giornale di informazione sul meglio nell'arte, con il formato di un quotidiano. C'era già stato in Francia "Arts et Loisirs" finanziato dall'antiquario Wildenstein. Così nasce "Il giornale dell'arte" che venne tradotto in inglese, francese, spagnolo e greco. Oggi va in ottanta paesi con una tiratura di 23-24 mila copie». La sua redazione è a Torino? «Quella italiana, sì. Le altre sono a Londra e a New York. Ogni redazione fa il suo giornale e ogni direttore può modificare il lavoro degli altri». Di chi è "Il giornale nell'arte"? «Io sono un socio fondatore e di maggioranza e con me il socio principale è la fondazione di Venezia. Il giornale deve informare su quanto di rilevante avviene e mettere a confronto i maggiori specialisti. E siamo anche online. Sul sito ci sono tutti i numeri pubblicati: la versione inglese è uno dei siti migliori del mondo, ci sono anche interviste filmate. La versione inglese del giornale è usata da Oxford dictionary come parte di aggiornamento per il linguaggio artistico». Cosa prevede per il mercato dell'arte? «Speriamo che la bolla attuale non scoppi. Ma le crisi non fanno paura perché le opere mantengono nel tempo il loro valore e il loro motivo di interesse. In questi ultimi anni il settore dell'arte sta cambiando valutazione, il criterio della quantità, la prevalenza del numero rispetto alla qualità condiziona il mercato. Gli artisti contano quando costano molto». La situazione dei Beni Culturali in Italia? «Sottosviluppata. Potremmo valorizzare le nostre opere in modo diverso. Pensiamo alla qualità dell'offerta dei musei stranieri e confrontiamola con i nostri. La più grossa innovazione è stato lo statuario del Museo Egizio di Torino. La leva deve essere anche quella fiscale. Il Louvre con il prestito fatto a Abu Dhabi si dà una rendita indispensabile per il Museo». E il suo lavoro di editore di libri? «Io credo nei libri che costituiscono conoscenza e studio. Se facciamo il catalogo di Rosalba Carriera o un libro su Zeffirelli o sulla Callas o sul design italiano speriamo che siano punto di riferimento per molto tempo con una documentazione esaustiva. Nell'ambito dell'arte, dell'architettura credo nella specializzazione e nelle cose che abbiano una loro utilità. L'editoriale del primo numero del giornale dell'arte diceva "conoscere significa decidere". Ricordo poi che venne scritto "ogni parola in più un lettore in meno", linguaggi semplici, chiari e brevi. Ne i libri con "La Stampa" sulle evidenze sabaude ci è piaciuto cimentarci con una comunicazione adatta al grande pubblico obbligando i direttori di musei e i curatori a linguaggi accessibili». Chi sono stati i suoi compagni, i suoi maestri? «Alcuni sono stati e sono grandi amici. Penso a Federico Zeri o Andy Warhol. Conoscevo bene De Chirico e Dalì e sua moglie Gala. Vorrei parlare anche di Alvar Gonzàlez Palacios e il grande critico Francis Haskell uno dei maggiori storici dell'arte che volle che il suo libro "Mecenati e pittori" fosse pubblicato da noi. A Torino penso a Carluccio, poi a Mirò, a Fontana, a Melotti, a Beuys. Poi ho conosciuto Morandi... Ho fatto tutto quanto mi piaceva per divertimento non per guadagnare. Ancora adesso se affronto un progetto nuovo mi ridà lo slancio dei miei vent'anni». Che ruolo ha Torino nella sua vita? «E' una città seria, dove si lavora bene e l'aria di montagna è fredda e le teste non si scaldano troppo. Così diceva l'avvocato Agnelli. E' una città molto rispettata in tutto il mondo». Come festeggerà i 70 anni? «A casa, detesto i festeggiamenti. Lo farò con i miei due figli Alessandro e Beatrice e con Anna la mia seconda moglie una famosa storica dell'arte, per undici anni conservatrice al Victoria and Albert Museum di Londra. La mia prima moglie invece era una spagnola, Dalì la chiamava la ginestra del Port de la Selva».