Sarà che i luoghi hanno un destino segnato dai loro possessori, ma la Villa Floridiana, meglio conosciuta dai napoletani come La Floridiana, è sempre stata nascondiglio di coppiette e filonari. Tutta colpa di Lucia Migliaccio duchessa di Floridia, amante e moglie morganatica di Ferdinando IV: l'aura di tradimento, tresca e scappatelle che la riguardava aleggia ancora su questo bellissimo giardino con villa al centro del Vomero. Certo, quando il sovrano scelse donna Lucia come sua amante, la più durevole fra le moltissime cui si era dedicato piuttosto che governare o fare la guerra, la collina aveva ben altro aspetto. La Floridiana vista con gli occhi del secondo dopoguerra, o meglio, con gli occhi di chi è nato dopo lo scempio edilizio degli anni Cinquanta e Sessanta, è un brandello di natura ed arte che resiste all'assalto del cemento. È sempre stata una sorpresa per me, lo era anche negli anni Settanta quand'ero bambina, scoprire questa fettina di verde nel dedalo di palazzi e caseggiati senza piante, senza alberi e senza fiori che si spacciava per essere uno dei quartieri moderni e eleganti della mia città. Non fosse stato per la Certosa di San Martino e la Floridiana, io e i miei coetanei non avremmo mai sospettato che il Vomero fosse stato campagna. Il quartiere, che nel nome conserva la sua vocazione agricola, il vomere dell'aratro, è un ingorgo commerciale in cui studenti, rari turisti, anziani e scansafatiche hanno ancora una sola possibilità: rifugiarsi nel polmone verde della Floridiana. Ci si infrattava, il verbo è questo, e ancora ci si infratta, fra i cespugli delle rarità botaniche e all'ombra delle cupole di foglie sperimentando i primi baci, le pomiciate svelte, le fughe da scioperi di anno in anno sempre più finti. La domenica mattina gli stessi studenti che un tempo si stendevano sulle pagine strappate al Rocci, a rifarsi il trucco e depilarsi le sopracciglia spettegolando, ci passeggiano oggi con aria afflitta di genitori ingrassati e affaticati, correndo dietro a bambinetti che calpestano le aiuole senza riserve (il cattivo esempio degli adulti li invoglia). Da alcuni anni, poi, i lavori di ristrutturazione che circondano il belvedere impediscono l'accesso alle zone panoramiche e questo riduce ancor più la rara bellezza della villa. Chissà cosa ne penserebbe oggi la Migliaccio, per la quale Ferdinando non si fece scrupolo di indire le nozze mentre il cadavere di Maria Carolina giaceva ancora caldo nel castello di Hetzendorf. Era tornata a morire nella natia Austria la sorella di Maria Antonietta, la fustigatrice della rivoluzione del '99, detestatissima signora del giardino inglese della Reggia di Caserta, fra le cui fantasie archeologico-pompeiane si tenevano festini lussuriosi: lei stessa, come il marito, si era circondata tutta la vita di numerosi amanti. La futura villa Floridiana era stata, ad esempio, di proprietà di un tal Lalò, amante di Maria Carolina, che l'aveva venduta al ministro Saliceti, il quale l'aveva lasciata in eredità al genero, il principe di Torella. Insomma Ferdinando, che pure si era fatto edificare San Leucio e il suo Belvedere più per tenere amanti che per produrre sete (Benedetto Croce parlava di un «harem», addirittura), aveva in fondo le sue ragioni per rispondere alle critiche del figlio bacchettone, che lo rimproverava per le seconde nozze: «Pienz' 'a mammeta, figlio mio, pienz' 'a mammeta...». La villa che Ferdinando donava a Lucia non era, però, che un casotto di campagna ai primi del XIX secolo, isolato e spoglio, mentre il re desiderava una villa che fosse all'altezza delle dimore più celebri del regno: affidò, quindi, il restauro ad Antonio Niccolini, l'architetto del Teatro San Carlo, che modificò la costruzione in una splendida dimora di villeggiatura, con portico e due piani panoramici affacciati su una delle più belle viste del golfo, circondata da un magnifico giardino che comprendeva un belvedere neoclassico di semplice eleganza. Ancor oggi il punto più bello della Floridiana è la scalinata di marmo che dalla villa scende al belvedere, dove badanti e bambinaie seggono a prendere il sole tiepido d'inverno, gli anziani leggono il giornale e tutti aspettiamo, ingolfati dai cappotti, l'estate che il mare di fronte a noi promette. E forse anche più bella è la vista dall'interno della palazzina, oggi Museo Duca di Martina, successivo possessore del dono di Ferdinando, dalle cui finestre al secondo piano si scorge un triangolo d'azzurro immerso nella luce. Qui, per un momento, capiamo cos'era questa città nei secoli passati. Pochi istanti, poi l'attenzione torna agli avori, ai legni, ai pavimenti, all'idea di abitazione diversa e ragionevole, spaziosa, pensata per lunghi tempi e lente riflessioni, che Niccolini progettò. Una bella sala da bagno, una grande cucina, ampie cantine - dove adesso si annida una ricchissima collezione di vasi e oggetti orientali - e poi ancora gallerie, decorazioni. Delle frivolezze di Lucia Migliaccio restano piccole tracce: il sepolcro della cagnetta, Moretta, nel folto degli alberi; il teatrino greco dove i bambini ancora giocano a rappresentare se stessi, qualche portagioie. Per la nuova moglie Ferdinando aveva fatto le cose in grande: non crediate che la Floridiana fosse solo questa che oggi vedete. Il sovrano acquistò un terreno vicino, che scendeva fino all'attuale Corso Vittorio Emanuele, e vi fece costruire un altro edificio, Villa Lucia, collegato da un ponte. Riportano le cronache che il re sfidò l'architetto a dimostrare la solidità del ponte che era stato edificato in estrema rapidità: Ferdinando chiese che un intero reparto di artiglieria lo attraversasse per verificarne la stabilità e Niccolini, per tutta risposta, si andò a sedere sotto il ponte mentre l'artiglieria vi passava sopra sferragliando. Ovviamente, il ponte tenne. Ferdinando, invece, morì nel 1825, con grande sollievo di tutta Napoli e la Floridiana rimase alla duchessa Lucia, che però morì a sua volta appena un anno dopo. La figlia, Marianna, moglie di Nicola Serra, conte di Montesantangelo, le succedette. Villa Lucia, invece, passò ad altri eredi del ramo dei Grifeo: il grande possedimento venne diviso facendone nascere l'attuale Parco Grifeo. La Floridiana passò poi ai Gerace e, nel 1919, lo Stato l'acquistò e la destinò a raccogliere gli avori, gli smalti, i coralli e il vasellame che ancor oggi ammiriamo. Museo di arti minori, luogo di ricordi minori, di piccole villeggiature della domenica, la Floridiana andrebbe valorizzata: è così bella e conserva, in fondo, il sogno sconfitto di un mondo più semplice, meno confuso anche se, certo, ingiusto e fatuo, dunque non poi così diverso dal nostro.
Il Mattino
16 Marzo 2008
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Antonella Cilento
Il Mattino
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