II Consiglio Comunale ha approvato all'unanimità (con un unico voto di astensione) un ordine del giorno con cui si pongono con nettezza le condizioni per una riforma della Biennale, il cui cardine non può che stare nell'affermazione forte della sua autonomia istituzionale e culturale. E' un segnale importante da far valere di fronte a chi pensa che la riforma possa essere affrontata e risolta attraverso un decreto, per cui è previsto un iter accelerato che non contempla neppure l'usarne di merito da parte delle competenti commissioni parlamentari né, tanto meno, il coinvolgimento delle istituzioni locali. Val la pena, peraltro, di ricordare che il valore della Biennale sta nei rapporti fortissimi con gli Stati esteri, che si troverebbero di fronte al fatto compiuto di una Biennale snaturata. Se il rafforzamento dell'autonomia istituzionale è la risorsa su cui basarsi per il suo rilancio, risulta del tutto inaccettabile la Consulta prevista da Urbani che mette la Biennale sotto la tutela di enti quali la Triennale di Milano, la Quadriennale di Roma, Cinecittà Holding, l'ETI, la Fondazione Scuola Nazionale del Cinema. Stesso discorso vale per quanto riguarda il potere di indirizzo che il Ministro si riserva. Compito del Ministero per i beni e le attività culturali è la vigilanza sulla gestione dell'Ente con pieno diritto da parte del Ministro di intervenire, anche sciogliendo il Consiglio d'Amministrazione e nominando un commissario, qualora si ravvisassero irregolarità, abusi o disfunzioni. E poi c'è il rapporto inscindibile tra la Biennale e Venezia, non soltanto perché a Venezia è nata oltre un secolo fa, ma perché essa è parte centrale della prospettiva di sviluppo della città, fondata sulle attività di ricerca, di formazione, di produzione culturale, che in città abbiano le radili ma sappiano guardare al grande mondo. E', dunque, essenziale dotare l'Istituzione di regole e di strumenti idonei a rilanciarla ulteriormente a livello internazionale. Certamente non è coerente a tale obiettivo la possibilità prevista di attribuire funzioni di direzione dei settori di attività a collegi di tre membri. Già l'attuale Consiglio d'Amministrazione ha compiuto la scelta - che ritengo assolutamente discutibile - di assegnare incarichi annuali ai direttori. Ciò comporta l'impossibilità sia di lavorare a programmi strategici che di costruire radicamenti nel territorio per le attività permanenti, lasciando ai direttori l'unica possibilità di costruire il singolo evento. Una terna di direttori per lo stesso settore renderebbe davvero impossibile riconoscere "il progetto" e si presterebbe ad un basso gioco di spartizioni. So bene che per perseguire un disegno di rilancio vero, alto della Biennale (e della città, contemporaneamente) non basta una legge. Essa è una condizione imprescindibile, ma non sarebbe sufficiente se non affrontassimo immediatamente anche il problema delle risorse (e c'è bisogno di quelle dei soggetti privati) e degli spazi. Su questo anche il Comune deve uscire dalla casualità delle proposte e costruire una proposta che abbia senso e consenta prospettiva: all'ASAC, al cinema, agli uffici, agli spazi espositivi. Ma c'è necessità, soprattutto, che anche intorno alla Biennale la città sappia farsi sistema, ritrovando un po' di orgoglio e di voglia di guardare al futuro.
La riforma della Biennale e l'inaccettabile consulta di Urbani
Il Consiglio Comunale ha approvato un ordine del giorno per una riforma della Biennale, che enfatizza l'autonomia istituzionale e culturale dell'Ente. La riforma è prevista per essere accelerata e non richiede l'uso di merito da parte delle commissioni parlamentari o il coinvolgimento delle istituzioni locali. Il Ministro per i beni e le attività culturali ha il potere di vigilare sulla gestione dell'Ente e di intervenire, anche sciogliendo il Consiglio d'Amministrazione. La Biennale è strettamente legata alla città di Venezia e al suo sviluppo culturale. La possibilità di attribuire funzioni di direzione ai collegi di tre membri è considerata discutibile.
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