Nel boulevard senz'alberi forti convivono con le fortezze del potere economico e le antiche vestigia della rivoluzione industriale La famosa "fine della Storia", teorizzata negli anni '90? Meglio precisare che ha fatto punto a capo. E che, con buona pace del filosofo americano Francis Fukuyama, è ricominciata da viale battaglione Framarin. Per andare dove è presto da immaginare, anche se quattro passi lungo questo stradone di raccordo fra le mura di viale Mazzini e i quartieri ovest forniscono spunti. A cominciare dal dato lampante che in viale Framarin c'è tutto quanto serve a farla riprendere, la Storia: il teatro appena inaugurato, le fortezze del potere economico, le nuove botteghe artigiane, le antiche vestigia della rivoluzione industriale, l'asfalto a righe blu degli immancabili parcheggi, il verde più casuale del mondo, i ruderi della città alternativa, gli scherzi dell'edilizia postmoderna, e le belle villette con giardino di una volta. Tessere che, fossero composte in un mosaico, chiuderebbero il gioco, dando un nome preciso a questo caos da cui la Storia riparte. Invece no, il delirio di forme architettoniche e funzioni urbanistiche tale rimane anche dopo un esame più attento. Oscurando passato presente e futuro, e aggrappando brandelli di verità a voci, volti, tracce, ferite e contrasti di una strada comunque vitale e intrigante. «Crisi? Ma quale crisi? Venite qua la mattina a vedere», butta lì un provocatorio Nico Bortolon, 38 anni, che al numero 84 di viale Battaglione Framarin gestisce Nico Bike, molto di più di una semplice officina-rivendita di biciclette. È più esatto parlare del negozio che per tanti vicentini è diventato un autentico mondo a due ruote, completo di macchine, accessori, mitologie e consigli per l'uso. «Se fate un salto la mattina alle otto - riprende Bortolon - e vi mettete sul marciapiedi, vi passeranno davanti centinaia di Suv, famigliari, e berline con un solo passeggero a bordo. Un bello spreco, altro che recessione». «E d'altra parte - continua - anche con le biciclette, i vicentini fanno follie pur di avere quella di marca. La maggior parte ha vera passione, ma ci sono anche clienti capricciosi, innamorati delle cose futili, schiavi della loro vanità». Prendendo la strada dal suo inizio, viene da verificare questo identikit con i dati noti alle centinaia di bancari sparsi per la cittadella sopraelevata su cui si affacciano vari istituti di credito, oltre alla sede dell'Ater, agenzia provinciale della casa. L'effetto urbanistico è quello di un poderoso agglomerato di cemento e vetri, rotto al suo interno da ampi piazzali e incastri di gallerie punteggiate da locali che danno anche sulla strada. "Ristobar" ogni giorno presi d'assalto da bancari a caccia di un break fatto di trenette al pesto e spruzzate di calore umano. C'è anche L'Eclissi, arredata a mo' di pub inglese dal gestore Francesco Malatesta, che spiega: «Cominciano a chiamare alle 9 del mattino, per dirmi quanti sono, e se magari c'è qualche ospite di lavoro. In tutto i fissi sono una quarantina, che bisogna sistemare ai tavoli giusti e con i piatti di loro gradimento. Chiedono di sentirsi come a casa, non si può dargli torto». Chissà quanti di questi dirigenti e impiegati, dopo avere seguito dalle finestre dei propri uffici tutta la storia del nuovo teatro, adesso che il botteghino è aperto, la sera attraversano la strada per andare a vedersi uno spettacolo? Considerando che Vicenza lo ha aspettato per più di sessant'anni, il teatro, la Storia ha fatto in tempo a finire e a ricominciare prima della sua inaugurazione. Nel frattempo anche le banche sono diventate tutt'altro rispetto non a mezzo secolo, ma a dieci anni fa. Accorpate in colossali fusioni tuttora in attesa di un drammaturgo capace di mettere in scena il mondo che ne discende. Indecifrabile come questo viale, che si chiama viale anche se è privo di alberi, deragliato fuori da ogni idea di città con conseguenze sotto gli occhi di tutti. Da una parte gli ultimi mozziconi di muro lasciati dal centro sociale Ya Basta!, i golfi di anarchico verde insinuatisi fra un parcheggio e l'altro, le insegne da vecchia provincia che allineano un'impresa funebre, una stireria da Franca e il chiasso del bar Allegria. Dall'altra un'acciaccata ma ancora piacente palazzina liberty, due templi neopagani con mattoni a vista e supermarket al pianterreno, oltre a ridenti giardini, interrotti proprio alla fine dal cantiere di condominio che in un battibaleno si è mangiato villa con secolare magnolia. C'è posto anche per una succursale della Tienda, negozio di commercio equo-solidale gestito da volontari, e per le leggende metropolitane su un appartamento mai acquistato dall'avvocato-cantautore Paolo Conte.Sfarzi e miserie che si intrecciano senza risolvere il quesito "crisi o non crisi?" da cui si è partiti. Anche se, conversando al numero 60 con il tabaccaio Giacomo Balzi, si scopre che forse un senso ancora esiste. Si è solo nascosto oltre il muro che nasconde l'antico mulino della famiglia Bassanese. Ruota dove, con discrezione, gira la Storia.