Dunque in Italia le grandi città crescono e guardano all'Europa, veri motori dell'economia. Ma il divario tra Nord e Sud è sempre più forte. E troppo spesso i quartieri nuovi dell aree metropolitane sono brutti e carenti di servizi. È quanto emerge da una ricerca del ministero dei Beni culturali presentata nei giorni scorsi. In realtà, non pare esservi nulla di nuovo in questi allarmi. Ma se si scava più a fondo, si scopre una generale ignoranza delle differenze tra Nord e Sud, lo stereotipo di una visione del degrado urbano come dovuto alla mancanza di innovazione edilizia - certo si afferma che c'è bisogno di una nuova idea generale - e il solito appello rivolto alle superstar dell'architettura. Ma proporre le archistar proprio adesso che in tutta Europa si mette in dubbio che siano loro davvero gli esperti capaci di ridare qualità alle città ha un senso? Perfino nella Barcellona comandata dagli architetti il modello è in forte crisi. La torre di Jean Nouvel o l'ennesimo promesso edificio di Frank Gehry non hanno cambiato in meglio la situazione urbana, hanno solo offerto un monumento in più e spesso vuoto di significato. Da noi però nessuno obietta che il mercato progettato da Fuksas per Porta Palazzo a Torino sia abbandonato perché lo stesso architetto si è rifiutato di ascoltare le richieste dei commercianti. Questi avevano domandato porte scorrevoli e allacciamento del gas. La superstar ha affermato che entrambe le cose rovinavano la sua opera d'arte. Ciò non impedisce allo stesso Fuksas di pontificare sui nostri giornali come il guru della nuova architettura sociale. In Italia ci sarebbe bisogno piuttosto di strumenti nuovi di gestione del processo immobiliare, di soggetti collettivi, imprenditori. Comuni, progettisti con l'intenzione di mettere insieme le proprie diverse competenze in "project fìnancing" e in piani che prevedano le istituzioni come garanti di un buon quartiere di servizi ed edilizia in cambio della cessione delle aree edificabili. Convenzioni che sono normali in tutta Europa, da noi stentano a crescere. In questa assenza i guru dell'architettura non hanno nessuno che li controlla e si possono ancora permettere uno snobismo da artisti. Sanno gli esperti e i politici che la prossima carta di rinnovamento urbano del Paese si gioca sull'alienazione delle aree militari e su come i Comuni sapranno gestire l'operazione? O s'inseguono i luccichii salottieri alla Sarkozy (che al momento dell'investitura ha fatto sviolinate alle archistar) che nemmeno in Francia funzionano più? Il nostro Paese che produce moda sembra di essere oggi la vittima al traino di mode altrove tramontate. Essere provincia significa anche questo, pensare che le periferie siano una questione di rinnovamento edilizio e non di politiche urbane sbagliate e miti operaisti dannosi. Ancora oggi Gregorti e Purini difendono lo Zen e i quartieri di periferia degli anni '70 in nome di una sperimentazione operaistica, la periferia come roccaforte operaia. Oggi gli immigrati che hanno sostituito gli operai lavorano non in fabbrica ma in un terziario che sostiene il turismo e i servizi di base nei centri storici. Nulla di più sbagliato che sbatterli in periferia. Il provincialismo è credere che si tratti di innovazione edilizia senza affermare che l'unico modo di rinnovare oggi le città è costruire secondo parametri di architettura bioclimatica, parametri che per altro sono obbligatoli secondo la normativa europea ma che da noi trovano applicazione solo in Trentino Alto Adige. Insomma, se una buona volta ci svegliassimo al presente rinunciando alla fede negli estetisti, nelle estetiste, nel maquillage e nella chirurgia plastica!