Le pareti bianche, dipinte di fresco, rimandano ombre nere, silhouettes di grandi dimensioni che avvincono lo sguardo dello spettatore proiettandolo dentro un racconto che procede per rapide scene. Come in un ciclorama in perfetto stile vittoriano scorre davanti agli occhi attoniti una storia antica «rivisitata» dall'artista afro-americana Kara Walker: The Emancipation Approximation, il progetto che ha impegnato la sua autrice dal 1999 fino al 2003, parla di creature ibride, metà donne e metà animali, di cigni in volo o prigionieri in memoria del mito di Leda, di improvvise metamorfosi, di accoppiamenti raffinati ma anche di spietata violenza. Il titolo viene da lontano e rievoca quell'Emancipation Proclamation con la quale Lincoln pose fine alla schiavitù dei neri, nel 1863. C'è lussuria, c'è guerra, sgorga il sangue, il sudore, forse il pianto ma tutto è «congelato» in piccole gocce, macchie ritagliate sui muri a corredo di una storia umana che scatena spesso «pensieri malvagi», come avverte la stessa Kara Walker. A lei, artista certo non conciliata con la storia recente né persona politicamente corretta, e all'italiana Margherita Manzelli (Ravenna, 1968), con le sue donne deformate, dai corpi alieni, chiuse nella insondabile solitudine della «diversità», è stato affidato il compito di inaugurare un primo tassello del nuovo museo nazionale delle arti di Roma, il Maxxi, posto sotto la direzione della Darc e progettato da Zaha Hadid, che ha interpretato lo spazio come un campus aperto alla circolazione pubblica, con un'articolazione in sistemi di gallerie e passaggi aerei che collegano tra loro i livelli più alti. L'avventura di questo tempio dell'arte contemporanea e dell'architettura del XXI secolo è tutta ancora da scriversi - nel 2006 si chiuderà il cantiere e il progetto sarà completato - ma affonda le sue radici nel 1997 quando il ministero della difesa offrì al dicastero per i beni culturali un'ampia area nel quartiere Flaminio, occupata da officine e padiglioni della ex caserma Montello, in disuso da tempo. Lì, in un dialogo virtuale con il vicino Auditorium di Renzo Piano, l'Agenzia spaziale italiana di Massimiliano Fuksas, il Maxxi sarebbe diventato la casa delle arti contemporanee, con un centro di documentazione e con l'intento di favorire la ricerca e la sperimentazione. Per adesso, la porzione di Maxxi visitabile propone alcune suite dedicate ai temi dell'arte (le due mostre di Manzelli e Walker, curate da Paolo Colombo) e dell'architettura (il lavoro multimediale Mobili-taly che illustra i risultati di una mappatura in corso delle mutazioni sociali e urbane, con le declinazioni architettoniche «raccolte» per la Darc da Pio Baldi, e quelle visive, selezionate da Cloe Piccoli). Le due artiste chiamate a inaugurare il nuovo spazio sono due presenze «forti» della scena internazionale, outsiders pronte a tornare sulla pittura l'una (Margherita Manzelli) per dimostrare come possa essere «moderna», e addirittura su tecniche di arti minori l'altra (Kara Walker) per spazzare via ogni stereotipo legato ai generi. Entrambe sono scomode, disturbanti, poco glamour. E la loro scelta contribuisce a dare un'immagine positiva del futuro museo: l'arte come test per una interpretazione della storia contemporanea, come «luogo» di immagini che pubblicizza un'«esperienza» complessa, come quella data da vivere all'individuo contemporaneo. Il modo di fare arte di Kara Walker, quell'apparire di figurine di carta nobilitate dall'epica degli schiavi d'America, è stato chiamato «teatro della crudeltà» perché l'artista, classe 1969, non è ipocrita, non cede a facili ammiccamenti e non ha mai cancellato dalle sue affabulazioni murali la drammaticità prosaica del quotidiano, dagli stupri alle concupiscenze fino agli abomini di una guerra civile. «Le vere storie sugli orrori della schiavitù - dice - venivano manipolate, trasformate in racconti e autenticate a vantaggio dei lettori bianchi.... I dettagli più ripugnanti venivano cancellati per non offendere i buoni cristiani...». Walker, che ama i ciclorami del XVIII secolo e le loro scenette populiste, sa ricreare una seduttiva drammaturgia di silhouettes nere e bianche, che pesca a piene mani dalla letteratura pornografica come da quella classica e riesce a provocare una collisione tra fatti reali e fiction su un argomento scottante che tocca le relazioni interrazziali negli Stati uniti. Il corpo è solo accennato nelle ombre, i profili dei protagonisti di lotte, rivolte e passioni amorose mettono in gioco sentimenti e aberrazioni. «Credo che le mie figurine siano dei fantasmi - confessa Walker - Sono delle pure fantasie, non rappresentano qualcosa di reale ma sono il risultato finale di un'identità prefabbricata». Sono delle proiezioni di pensieri, azioni, desideri e paure che finiscono addosso, dritte sulla pelle degli spettatori. Presenze larvali sono anche le fanciulle di Margherita Manzelli, «bodies» solitari che bucano il buio e si materializzano come incubi in stanze troppo grandi dove i soggetti dipinti affondano e rischiano di scomparire. Donne straniate, incerte, icone di una innocenza perduta, simulacri (quasi) umani che proiettano inquietudini esistenziali in un mondo ormai metallico, precocemente post-biologico.
Maxxi metamorfosi
Il nuovo museo nazionale delle arti di Roma, il Maxxi, è stato inaugurato con due mostre: una di Margherita Manzelli e una di Kara Walker. Le due artiste sono state scelte per dimostrare come l'arte possa essere moderna e innovativa. Le loro opere presentate al Maxxi sono caratterizzate da una forte critica sociale e politica, affrontando temi come la schiavitù, la violenza e la diversità. Kara Walker, artista afro-americana, ha creato un progetto chiamato "The Emancipation Approximation" che parla di creature ibride e di metamorfosi, mentre Margherita Manzelli ha creato opere che rappresentano donne deformate e solitarie.
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