«Ero bimba, avrò avuto 6-7 anni. Sono entrata nel Camposanto i primi giorni dopo la catastrofe perché mi ci portò la mia mamma che lavorava in Soprintendenza -racconta Eugenia - era irriconoscibile! Mancava il tetto e erano perciò rotte le ombre e le luci. In terra tutto un tappeto di detriti, non si poteva certo immaginare che sarebbe stato possibile un recupero». Il 27 luglio del 1944 una bomba americana centra il tetto del Camposanto Monumentale di Pisa, si sviluppa un incendio che devasta quel luogo così ricco di testimonianze e tesori del passato: le pareti coperte dagli affreschi di Francesco Traini, Buonamico Buffalmacco, Taddeo Gaddi, Andrea Buonaiuti, Antonio Veneziano, Spinello Aretino, Piero di Duccio, Benozzo Bozzoli, Agostino Ghirlanda, Aurelio Lomi, Paolo Guidotti Borghesi e Zaccaria Rondinosi si anneriscono, vengono sfregiate dalle colature del piombo del tetto che si fonde, cadono gli intonaci. Anche le sculture delle tombe monumentali come gli antichi sarcofagi razziati fra il 1000 e il 1200 e «riciclati» come sepoltura per gli esponenti delle potenti famiglie pisane subiscono le stesse devastazioni. Duemila metri quadrati, tanta era l'estensione degli affreschi del Camposanto: alla fine, più o meno fra 5 anni, se ne sarà recuperato fra il 65 e il 70, e viste le foto che documentano la situazione immediatamente dopo il 27 luglio la cosa sa di miracoloso. E di grande incrollabile determinazione. Quella che ha accomunato generazioni di soprintendenti, tecnici, studiosi, restauratori. «Noi non restauriamo i singoli elementi, non è questo il nostro obbiettivo - spiega Antonio Caleca, dell'Università di Siena che è con Clara Baracchini e Antonio Paolucci nella direzione dei lavori - siamo qui per ricostruire il Camposanto Monumentale». Sedici scene del Traini, di Buffalmacco, del Gaddi, di Piero di Puccio e di Gozzoli sono già state prima restaurate e quindi da poco riapplicate sul muro del Camposanto, nella stessa collocazione nella quale erano state per secoli: l'impatto visivo è straordinario. Negli ampli e funzionali spazi dei nuovi laboratori di restauro dell'Opera della Primaziale Pisana di Campaldo, alla periferia della città, enormi telai sostengono le tele sulle quali sono attaccati gli affreschi di Benozzo Gozzoli e Spinello Aretino che stanno riprendendo vita sotto le mani dei restauratori. «Lavoreremo sulle "controfondature" - continua Caleca - le moltissime piccole parti mancanti distribuite su tutta la superficie pittorica, per far riemergere, e quindi rendere di nuovo visibili, le figure». Si sta cominciando a mettere mano al ciclo del Trionfo della Morte e del Giudizio Universale dipinto nella prima metà del Trecento da Buffalmacco. A queste suggestive scene la città è molto legata, ed è per questo motivo che sono state lasciate per ultime. Verranno pian piano tolte dal salone appositamente ricavato e contiguo al Camposanto e staccate dai pannelli in eternit, contenenti amianto, sui quali erano stati fissati praticamente subito dopo il disastro. Soluzione efficace ma che ha successivamente mostrato seri limiti non impedendo il progressivo degrado della materia pittorica. Ora il programma è quello di attaccare le tele con gli affreschi via via restaurati su grandi e leggerissimi pannelli di vetroresina e fibra di carbonio, materiali che non rilasciano sostanze, e poi ricollocare il tutto, come già si è cominciato a fare, sul muro lasciando però un'intercapedine perché vi circoli l'aria. Per tre giorni si è discusso qui in un convegno dedicato al Camposanto di questa campagna di restauri che vede soluzioni d'avanguardia anche molto suggestive come la «coltivazione» di colonie di batteri capaci di «divorare» le colle, altrimenti inattaccabili, con le quali, per esempio la materia pittorica della Battaglia di Sant'Elisio dipinta da Spinello Aretino era stata applicata alla tela. «Sono 50 anni che restauro - dice Gianni Caponi, che coordina il lavoro dei 15 tecnici impegnati sul progetto - e posso svolgere la funzione di collegamento fra le vecchie tecniche e quelle nuove. Allora i restauratori erano dei grandi artigiani, non erano alle dipendenze dell'Opera, nessuno scriveva niente perché la mentalità era che i miei segreti piuttosto me li porto nella tomba».
Una colonia di batteri salverà gli affreschi del Camposanto
Eugenia racconta di aver visitato il Camposanto di Pisa dopo la bomba americana del 27 luglio 1944, quando il luogo era devastato e le pareti coperte dagli affreschi erano state danneggiate. Il Camposanto è stato restaurato per 5 anni, con l'aiuto di generazioni di soprintendenti, tecnici, studiosi e restauratori. Il loro obiettivo è stato quello di ricostruire il Camposanto Monumentale, non solo restaurare gli affreschi. I restauratori hanno lavorato su 16 scene di affreschi, tra cui quelle di Francesco Traini, Buonamico Buffalmacco e Taddeo Gaddi.
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Luogo