Gli ambientalisti ora hanno una sola speranza: che si apra una crepa bella grossa nella maggioranza. Tutte le loro associazioni oggi incontrano il ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani per chiedere al governo di fare marcia indietro. Lui già si è detto contrario alla norma che estingue il reato penale di danno paesaggistico, introdotta il 17 settembre scorso alla Camera nel disegno di legge delega ambientale. E ieri ha confidato ad alcuni parlamentari di aver persino scritto una lettera di protesta al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Ma le speranze degli ambientalisti devono fare i conti con la realtà dei fatti. II ministro dell'Ambiente deve portare a casa la legge delega, che per il suo ministero rappresenta finora il magro bilancio della legislatura, prima possibile. Una nuova modifica che cancellasse quella norma costringerebbe la legge a una quinta lettura alla Camera. Dagli esiti a quel punto imprevedibili. Matteoli e Urbani, inoltre, non si può certo dire che abbiano ottenuto schiaccianti vittorie su questo fronte. In un clima politico peraltro molto favorevole all'allentamento dei vincoli, fissati da una normativa che la maggioranza considera in alcune sue parti niente altro che un prodotto dell'integralismo ambientalista. Nonostante l'opposizione dei due ministri il governo ha infatti approvato un condono edilizio di portata senza precedenti. Poi ha dato il via libera al silenzio-assenso per la cessione dei beni culturali, all'inizio contrastato, e ora giustificato, da Urbani. Quindi ha introdotto la possibilità di costruire sulle aree incendiate (attualmente ancora in discussione con la Finanziaria). Adesso la depenalizzazione dei reati paesaggistici. Che non poteva non far discutere. «Un'esortazione a far male», la definisce l'ex sottosegretario ai Beni culturali Vittorio Sgarbi, di Forza Italia, che in passato si era scontrato duramente con Urbani. «Una cosa scandalosa», commenta il senatore dei Verdi Sauro Turroni. Motivando così il proprio giudizio: «La norma stabilisce che per le opere realizzate sulle aree protette, in assenza o anche in difformità delle necessario autorizzazioni e senza alcun limite di volume o superficie, il reato si estingua con il semplice accertamento di compatibilità paesistica. Peccato che quell'accertamento dovrebbero farlo i Comuni, che sono proprio i responsabili del mancato rispetto delle norme sul paesaggio». La battaglia per la depenalizzazione era stata sostenuta per ben due volte alla Camera, e la seconda con successo, da un piccolo plotone di parlamentari di Forza Italia, fra i quali Maurizio Lupi, Valter Zanetta e Francesco Brusco. Per 21 anni sindaco di Vibonati, in provincia di Salerno, in passato socialista, quindi militante dell'Udc e sbarcato da fine luglio a Forza Italia, Brusco sarebbe potuto passare alla storia anche per la reintroduzione della caccia nelle aree protette. Se i tempi parlamentari non fossero così lunghi da rendere praticamente impossibile l'approvazione del disegno di legge che ha presentato, sull'argomento, insieme con un folto gruppo di deputati della maggioranza. In questo frangente, tuttavia, l'imbarazzo del centrodestra è palpabile. Il presidente della Commissione Ambiente Emiddio Novi, di Forza Italia, si è schierato apertamente contro la depenalizzazione. E il fronte del «no», a Palazzo Madama, può contare anche sull'autorevole sostegno di Domenico Fisichella. Al punto che l'ex ministro dell'Ambiente Giovanna Melandri, dei Ds, auspica che «una maggioranza ampia e trasversale al Senato provveda immediatamente a cancellare questa norma non degna di un Paese civile». Aggiungendo: «Questa volta pretendiamo che i ministri Matteoli e Urbani si impegnino realmente e non si accontentino di un'ennesima mediazione al ribasso». E Turroni non si fa scappare l'occasione per ricordare: «Si vadano a rileggere l'articolo 9 della costituzione. C'è scritto: "La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione". Se questo è il modo...».