«II codice Urbani è pessimo». Ed è un giudizio senza appello, quello dell'ex ministro dei beni culturali, Giovanna Melandri. «Il testo», dichiara convinta, «così com'è, non va proprio. E' tutto sbagliato. Proprio tutto». Non le sembra di esagerare? «Nient'affatto. Perché questo Codice è stato concepito per così dire, in provetta, senza ascoltare le associazioni di tutela e gli organismi tecnici, come invece avevo fatto io per il Regolamento e per il Codice. E perché allenta il livello di tutela che noi avevamo introdotto». E' rabbia personale, allora... «E' la verità. E aggiungo che il testo è esposto a rilievi di illegittimità costituzionale». Difficile pensare che, in proposito, Urbani non si sia consultato con giuristi ed esperti, non crede? «Io so che la delega vieta di abrogare le regole e gli strumenti vigenti. Ebbene, è avvenuto proprio questo. Di qui i miei dubbi di legittimità». Cos'è che non le piace di più? «Per esempio: il Codice abolisce le norme che disciplinavano l'alienazione del demanio storico-artistico e che esistevano in precedenza. Oggi tutte le associazioni di tutela chiedono che quelle regole vengano reintrodotte. Ma c'è anche un altro fatto: non saranno più le sovrintendenze ad apporre il vincolo, bensì il ministero e in modo fumoso. Ecco, è una mostruosità, che oltretutto mortificale competenze dei tecnici.» Cosa le piace, invece? «Solo i premi per i ritrovamenti dei beni artistici: se si agevolano, è un vantaggio per tutti». E che ne dice dell'ingresso dei privati nella gestione dei musei? «Che non va bene per niente. I privati entrano in un contesto in cui la tutela è attenuata. Ma più in generale intravedo diverse contraddizioni evidenti». Ne dica una. «Mentre parliamo del codice Urbani al Senato giace un testo in materia di beni ambientali che elimina le sanzioni penali per chi edifica nelle aree protette. Per non dire del silenzio-assenso introdotto nel decretone per la vendita dei beni culturali. Le pare serio, tutto questo?»