Come stanno le città italiane? Qual è il loro prossimo futuro? Sono state cambiate in profondità dalla stagione dei sindaci? Quali sono gli scenari e gli interventi per città più belle, giuste e sostenibili? Queste le domande della ricerca sulla qualità urbana in Italia, promossa dalla Parc (ministero per i beni e le attività culturali), dal Dau (dipartimento di architettura e urbanistica per lingegneria della Sapienza di Roma), e dal Cresme (centro di ricerche economiche, sociali e di mercato per ledilizia e il territorio). Le conclusioni del rapporto presentato ieri a Roma alla presenza del ministro Rutelli, lasciano aperti molti interrogativi. La sensazione è che il nostro paese stia rischiando di perdere un treno importante: di mancare la "finestra" aperta nel 2000 dal "nuovo rinascimento urbano" coniato da Richard Rogers per il governo Blair e chiusa nel giugno 2007 quando è arrivata la "carta di Lipsia per le città sostenibili". Sette anni in cui, secondo Domenico Cecchini, coordinatore della ricerca, «in Europa si è aperto un nuovo ciclo di politiche urbane, fondate su qualità e sostenibilità urbana, che lItalia rischia di mancare». Come unoccasione mancata potrebbe essere stata la stagione dei sindaci, quindici anni di governo del territorio che hanno cambiato la percezione della questione urbana, espresso una nuova vitalità, ma che si è manifestata «in assenza di qualsiasi idea di politica urbana nazionale». Questo mentre la società italiana sta vivendo lepilogo di un ciclo economico e produttivo che lha profondamente cambiata. Dal secondo dopoguerra a oggi infatti non si è mai investito tanto nelle costruzioni. «Siamo di fronte a un ciclo eccezionale di trasformazione del territorio», sostiene Lorenzo Bellicini, direttore tecnico del Cresme. Forse superiore agli anni. del boom dei 60 e 70. Per Bellicini, «un pezzo del nostro territorio si sta staccando e sta correndo alla velocità dellUnione europea». Sono le quattordici aree metropolitane. Entità di ancora poco chiara definizione, dopo diciotto anni di dibattito, due leggi, e una riforma costituzionale. «Se ne parla dal 1957 - ricorda con il "magone" Guido Martinotti, della Bicocca di Milano - da quando un gruppo di cosiddetti "neocapitalisti" si riunì a Limbiate, vicino Milano,... è ancora non si è capito loggetto su cui intervenire». Mai pienamente riconosciute e dunque mai pienamente governate. «Forse - come sostiene il demografo Massimo Livi Bacci - individuate secondo criteri non proprio scientifici ma da spinte locali cui si è dato un po troppo credito». Potenzialmente superate dalle macroregioni europee auspicate dagli obiettivi di Lisbona. Le aree metropolitane, e in particolari i cinque maggiori sistemi (da quello lombardo al laziale, dal veneto allemiliano al campano) - ci dice la ricerca-, sono stati i motori dellintero paese. Con un tasso di crescita demografica dal 1991 al 2001 ( 2,9) pari al doppio del tasso nazionale e un incremento della crescita occupazionale del 10,5 (a fronte dell8 nazionale e del 6,4 negli altri comuni). E soprattutto il legame con i flussi demografici a fornire altri elementi interessanti. La domanda di case - «sempre più agevoli, sempre più grandi, sempre più necessarie a consumare il tempo», sostiene il sociologo urbano Martinotti - ha trovato un riscontro in una duplice tendenza. Da un lato il numero sempre crescente di nuove famiglie, dallaltro il fenomeno dellimmigrazione. Per Antonio Golini, demografo delluniversità di Roma, «la struttura della popolazione, con una forte differenziazione tra aree metropolitane e non, è coerente con il recente boom immobiliare». La popolazione più anziana concentrata nella grande città centrale del sistema metropolitano e i giovani nei piccoli comuni limitrofi. «Con una interessante distonia: mentre allinvecchiamento degli abitanti corrisponde quello dei centri storici, alle esigenze degli inquilini non corrispondono i requisiti delle abitazioni. Si pensi alla carenza degli ascensori». Questo ci riporta diritti alla questione centrale della qualità, dellefficienza energetica, dellinnovazione. Vere e proprie chimere nei nostri panorami urbani, nonostante le "buone pratiche" riportate dalla ricerca. Il paradosso è che le nostre città avrebbero tutte le caratteristiche per adeguarsi alle grandi sfide del nostro tempo. «Più che negli altri paesi - sostiene Giuseppe Dematteìs, del Politecnico dì Torino - esistono le condizioni strutturali, quel policentrismo geografico, una rete di città attrezzate...». Oppure, prendiamo fattori a rischio come limmigrazione, che «a differenza degli altri paesi - sostiene Livi Bacci - è distribuita su tutto il territorio nazionale, anche nei piccoli centri e, almeno per ora, non dà origine a quartieri ghetto, a fenomeni di segregazione abitativa». Insomma, basterebbe poco. «Per presentare nei prossimi dieci anni al mondo - dichiara il ministro e candidato sindaco di Roma, Rutelli - al posto di un anonimato rancoroso, città italiane che sanno cambiare».