Da Giovanna Melandri e Domenico Fisichella ho ricevuto lunedì una sorta di invito-appello che, venendo da due ex colleghi al ministero per i Beni Culturali, mi sembra a dir poco sorprendente, vista la conoscenza che entrambi dovrebbero possedere sui meccanismi di funzionamento dì questo delicatissimo settore della nostra pubblica amministrazione. Prima richiesta: quella di condividere con loro la proposta di abrogazione del cosiddetto silenzio-assenso, dal quale potrebbe scaturire una montagna di effetti negativi per l'intero patrimonio artistico. Svendita dei beni, deriva mercantile, conseguenze irreversibili per la nostra civiltà giuridica e culturale, allentamento delle regole di tutela..., insomma un'autentica catastrofe nazionale. Ma è veramente così? Naturalmente no. E per convincersene non occorre nemmeno essere stati ex ministri, basta molto meno. E' infatti sufficiente guardare dentro alla sola espressione «silenzio-assenso» e pensare al suo contrario, per capire subito e facilmente quanto tale istituto giuridico sia facile da bloccare: basta «parlare e dissentire». Basta dire: no. Si obietta: ma in soli 120 giorni, in soli quattro mesi (tale il periodo che fissa la nuova legge) non c'è nemmeno il tempo necessario per studiare, approfondire, veriftcare l'esistenza (o meno) di un reale interesse culturale negli immoiìli demaniali da vendere eventualmente ai privati. Controbiezione: ma in tali casi non si deve mica scrivere un trattato di mille pagine, per ogni immobile esistente. Sono sufficienti poche righe, ben motivate; e poi l'eventuale documentazione storico-artistica di supporto seguirà nei tempi e nei modi resi concretamente possibili da ciascuna fattispecie. Insomma, con il silenzio-assenso il patrimonio culturale non corre proprio alcun rischio. E infatti è stato pensato e introdotto a tutt'altro scopo. Quello di dismettere gran parte di uno dei più ingombranti 'demani socialisti' del mondo occidentale, che comprende vecchie caserme in disuso, ex carceri e colonie marittime, migliaia di immobili abbandonati o male utilizzati. Gli obiettivi: diminuire i costi di manutenzione, combattere i rischi di degrado e valorizzare i beni (non culturali!). E a questi ne aggiungo almeno un altro, che ci riguarda molto da vicino: liberare in questo modo nuove risorse, tanto finanziarie quanto umane, proprio per mantenere-conservare al meglio quella parte del patrimonio che possiede un autentico valore storico-artistico. Ma poi, perché ironizzare con infinita leggerezza sulla stessa finalità di 'far cassa', specialmente quando ciò si rende assolutamente indispensabile per tornare ad assumere qualcuno, dopo decenni di blocco, o per finanziare qualche investimento prioritario? Sinceramente mi sembrano ironie proprio fuori luogo. Eppure, tutto ciò premesso e chiarito, sono ormai mesi e mesi che si continuano a diffondere allarmismi irresponsabili sulle pretese «svendite» del patrimonio nazionale. Perché continuare ancora, nella più assoluta assenza di qualsiasi esempio probatorio in proposito? Mah! Mistero. Seconda richiesta avanzata dagli ex colleghi, quella più inaspettata di tutte: il suggerimento di dare «rango di legge» a un regolamento del 2000, in materia di dismissioni. Ho detto inaspettato, perché pensavo non fosse sfuggito ai due ex ministri che, proprio nello stesso giorno del varo della legge finanziaria, il governo aveva approvato contestualmente anche il primo (in assoluto) Codice dei beni culturali e paesaggistici della storia italiana, che di fatto ingloba quelle norme regolamentari, ma inserendole in un contesto normativo enormemente più completo, più organico e più sistematico. Un esempio per tutti: la tutela del paesaggio, proprio in quanto parte costitutiva del patrimonio del Bel Paese. Come si fa a non saperlo? Terza e ultima richiesta, quella più direttamente collegata alle polemiche politiche di fazione: l'invito, tutto di parte, a togliere «dall'angolo in cui si trovano» (a loro dire) le politiche rivolte alla tutela del patrimonio culturale. Chiedo scusa, ma di quale «angolo» parlano Melandri e Fisichella? La parola angolo sembra infatti riferirsi a qualcosa di dimenticato e marginale. Grazie per l'apprezzamento, mi verrebbe voglia di ironizzare. Ma è semplicemente malinconico dover constatare che, anche da parte di coloro che dovrebbero saperne di più, si possa giungere a una simile mistificazione dei fatti, proprio di fronte al governo che in materia di tutela è stato, senza ombra di dubbio, quello più attivo da decenni: con il primo Codice in materia, la prima radicale riforma del ministero competente, il primo avviamento alla catalogazione universale dei beni, la prima costituzione di un'apposita società finanziaria (che sarà alimentata, per oltre un decennio, dai proventi della cosiddetta legge-obiettivo varata per le grandi infrastrutture) e così via. In conclusione. Nella palude della «politique politicienne», omissioni e allarmismi sono certamente armi correnti, con tutto il loro inevitabile carico di demagogia e, manipolazione. Ma perché mai usarli anche quando si aspirerebbe a volare più in alto, volendo finalmente dar voce ad autentici interessi di valore nazionale? Francamente mi sfugge.