I restauri di quelle antichissime e straordinarie fortificazioni primo passo di quello che potrà essere un parco a tema unico al mondo Si trovano qui le opere murarie che più savvicinano alle costruzioni pre-colombiane Ad Arpino nacque Cicerone: proprio qui si tiene ogni anno una gara letteraria in latino -------------------------------------------------------------------------------- Stanno saltando via, uno dopo laltro, i tubi di scarico in alluminio ormai incrostato. Via anche le condotte in plastica arancione squillante che scolavano a terra, facendosi vedere da lontano. Spariscono pure le gronde arrugginite che, man mano, nei secoli, avevano affollato le antichissime, belle mura di Ferentino: per lestate lItalia si sarà riconquistata una delle sue meraviglie! Una di quelle meraviglie megalitiche che - con tutta larte e larcheologia diffusa che abbiamo qui - poi, alla fine, non tutti conoscono. Roba bella, unica che, però, gli stranieri, quando arrivano da noi, hanno persino difficoltà a trovare, persino nelle guide e sui depliants. Non una riga che spieghi che si tratta delle mura probabilmente più antiche, e belle, e meglio conservate del mondo. E sì la Terra dei Ciclopi, la Ciociaria, si rimette in gioco. Il restauro delle mura possenti di Ferentino - con il ripristino dei camminamenti che le bordano, fortemente voluto e sorvegliato dalla Soprintendenza del Lazio - è soltanto il primo passo per avviare la valorizzazione per quello che potrebbe essere - e che prima o poi sarà - un parco tematico del megalitismo laziale. Soldi europei (già arrivati, per i restauri), soldi regionali (in arrivo, per la valorizzazione dellintera zona) dovrebbero dare il via al grande rilancio. Sono sempre di più, infatti, gli appassionati che arrivano fin qui, come succedeva nell800, a conoscere una delle prime pagine del nostro Album di Famiglia: pagine scritte, dimprovviso, con pietre gigantesche montate ad arte, agli inizi del primo millennio a. C sulle rocche che circondano Frosinone: Ferentino, a 393 metri sul mare; Alatri, quota 502; Veroli, 570; Arpino 627. Tutte arrampicate lassù, sui loro cocuzzoli, come fatte con un unico enorme stampo: e tutte blindate da possenti mura, anche Atina, Anagni, Norba, Monte Carbolino (a 723 metri daltezza) con terrazzamenti possenti che cingevano per intero lantico abitato. Terre di Ernici e di Volsci, queste: si unirono i due popoli - ma inutilmente - soltanto quando Roma a metà del IV secolo a. C. mise il suo sguardo vorace sulle loro arroccate tranquillità. Non ha sorpreso nessuno qui in zona - dove un ventina di anni fa arrivarono a convegno dallAmerica Latina fior di esperti di arte incaica - quel che ha scritto da poco Giulio Magli, docente di Meccanica Razionale del Politecnico di Milano: «Gli edifici inca in pietra venivano realizzati tramite lincastro a secco di grossi blocchi di andesite (pietra simile al granito). Gli incastri venivano eseguiti con precisione maniacale e millimetrica, quasi sconcertante. Non tutti sanno, però, che le opere che più si avvicinano a quelle inca sono in Italia». E via, il professore a segnalare con passione quella «vasta zona che parte dallUmbria e arriva al Sannio con numerose città che vantano cinte di mura dette poligonali composte di blocchi tagliati a spigoli vivi e incastrati a secco. Molte di queste opere lasciano senza fiato, quali ad esempio le mura e le porte di Segni, Ferentino, Arpino e dellAcropoli del Circeo...». Se cose così roboanti te le giura - nero su bianco, nel suo bel libro dedicato ai Misteri e scoperte dellarcheoastronomia - un docente di questo livello, beh, cè da prenderlo sul serio. O, almeno, a interrogarsi per bene. E poi su Alatri il professor Magli ci testimonia: «Venne costruita attorno a un collina naturale o acropoli. La città presenta una larga cinta di splendide mura poligonali, ancora oggi conservate in molti tratti con blocchi che arrivano a pesare 10 tonnellate e più. Molte parti mostrano una perfezione tecnica quasi assoluta, impossibile inserire anche soltanto un foglio di carta tra due blocchi». Stupiscono ancor oggi lui ma, nei secoli, quei massi così ben squadrati hanno continuato a stupire sempre tutti. Figurarsi che lo storico tedesco Ferdinand Gregorovius, gran giramondo, arrivato in zona tra il 1858 e il 1860, ad Alatri si appuntò in Passeggiate per lItalia: «Allorquando mi trovai dinanzi a quella nera costruzione titanica, conservata in ottimo stato, quasi non contasse secoli e secoli, ma soltanto anni, provai unammirazione per la forza umana assai maggiore di quella che mi aveva ispirata la vista del Colosseo». Gregorovius poi lo spiega: mentre per il Colosseo si capisce come abbiano fatto, qui, invece «ogni pietra non è un grosso pezzo quadrato, ma un vero macigno di forma irregolare, e se ci domandiamo con quali mezzi si siano potuti collocare tali massi gli uni sugli altri, si arriva ancor meno a comprendere come sia stato possibile incastrarli gli uni negli altri, in modo da non lasciare il minimo interstizio, producendo leffetto di un gigantesco mosaico di massima precisione». Conclusione? Questa: «La scienza che in Italia si occupa tanto di ricerche sugli Indo-Germanici e i Pelasgi, il mitico popolo marino, è costretta a confessare di non sapere nulla intorno a quei popoli che hanno costruito quelle opere colossali». Del resto come non stupire? Come non innamorarsene? Come, soprattutto, non iniziare a farsi domande? Come? E quando? E perché questi popoli che - almeno architettonicamente parlando - la sapevano lunghissima decisero, nei primi secoli del primo millennio a. C., di arroccarsi in queste celle frigorifere dalta quota, gradevolissime destate ma dure e impervie per il resto dellanno? Cè chi, come Massimo Struffi, arpinate doc, creatore della Fondazione Umberto Mastroianni (nato in zona, come i molti Mastroianni famosi) sostiene la tesi di sempre: «Troppa malaria, troppe alluvioni e troppi pericoli, allora giù in pianura: logico abbarbicarsi quassù». E anche chi, invece, scomoda ufoCo. Altri ancora invece, più seriamente, stanno censendo il gioco di queste architetture - delle porte soprattutto - con le albe e i tramonti di solstizi ed equinozi: ad Alatri è stato notato che il primo raggio del solstizio invernale attraversa la porta di San Nicola, e - lo stesso giorno - lultimo raggio del sole calante buca laltra porta, quella di San Benedetto. Nuove frontiere della conoscenza, queste. Come i tanti reperti egizi e orientali - Iside, Serapide, Sfingi C. - trovati in zona e lungo della valle Liri. Non se capisce granché oggi, figurarsi nel passato. Così le Mura furono definite via via: «Saturnie», «minoiche», «micenee», «titaniche», «pelasgiche», «ciclopiche». Andando a frugare per secoli nei miti a caccia dei possibili artefici, è stato detto tutto e il contrario di tutto è stato detto. Alla fine, vinsero i Ciclopi: solo loro, grandi e grossi comerano immaginati, sarebbero stati in grado di costruire roba del genere. Vennero battezzate Mura Ciclopiche e, così, ancora oggi, sopravvive il termine, a fianco di quello più gergale, degli archeologi: «opere poligonali». Spiega Claudio Giardino, archeologo e docente di Protostoria Europea al Suor Orsola Benincasa di Napoli che alla zona megalitica laziale ha dedicato più di uno studio e un gran bel servizio per Archeo, il mensile di archeologia: «Quattro i tipi di opere poligonale, ormai ben codificati: si va dal primo, con massi informi appena sbozzati, incastrati gli uni con gli altri, al IV tipo, in cui i blocchi, trapezoidali, spesso enormi, sono portati a lisciature inverosimili con incastri e perizie di grande raffinatezza. Il bello è che a blindare le città alte del Frusinate tra il VII e il VI secolo a. C. trovi applicate - anche insieme - tutte e quattro le tipologie». Talvolta delle differenziazioni costruttive si capisce la ragione. Altre volte no. E, allora, neppure le ipotesi sono concesse. Ad Alatri, per esempio, la Porta Maggiore (la possente entrata alla cittadella blindata, sormontata da un architrave monoblocco lungo 5 metri e alto 1,50) è quasi tirata a lustro, liscia comè. Entrandovi si restringe di parecchio con enormi massi a grezzo. «Gli studiosi sono convinti che questi massi grezzi, che restringevano a imbuto la scala daccesso, avessero una funzione precisa: in caso dattacco nemico bastava far rotolare dallalto altri massi per bloccare laccesso e murarsi, sicuri, in città» spiega Simonetta Sabellico, dellassessorato alla Cultura, appassionata delle sue mura. Di fatto, applicate qui, si trovano anche indicazioni militari alla Vitruvio, ma secoli e secoli prima di Vitruvio. Nei fatti, questo di Alatri è già un castello, ma quasi duemila anni prima dei castelli! Tutte cose che, comunque, non bastarono a fermare Roma. Alatri ne divenne centro importante e lintera zona fu romanizzata. Quando Arpino - laltro gioiello del megalitismo murario di qui, col suo fantastico arco a sesto acuto che è in ogni libro darchitettura - regalò a Roma Cicerone, la pace era ormai fatta. Tanto che proprio ad Arpino, ogni anno, di solito in maggio, si gareggia ancora in latino, il Certamen ciceronianum arpinas, lunica gara letteraria internazionale dove si analizzano soltanto opere scritte con la lingua degli Antichi Romani. Concorrenti anche dalla Romania, Ungheria, Bulgaria, dalla Spagna e Portogallo. E, ogni volta, per qualche giorno, si ricompone lImpero di Roma. Almeno a parole.