Democrazia è il nome che diamo al popolo ogni volta che abbiamo bisogno di lui" (Gaston de Caillavet e Robert de Flers "Labito verde") Beato quel popolo che non ha bisogno di fondazioni (bancarie e non). Così verrebbe la voglia di commentare la notizia che, la scorsa settimana, ha animato e un po sconvolto gli ambienti della cultura torinese. Essa riguarda la proposta che lassessore Fiorenzo Alfieri e lassopigliatutto degli incarichi pubblici e privati subalpini, lavvocato daffari Angelo Benessia, avevano elaborato in tutta riservatezza riguardo a Settembre Musica: trasformare lUnione Musicale in una nuova fondazione culturale e consentirle così di scippare al Teatro Regio la gestione e lorganizzazione di quel grande evento ormai allestito a mezzadria con la Milano di Letizia Moratti. Non sappiamo (e non intendiamo giudicare) se una simile iniziativa possa costituire, oppure no, un bene per il futuro della manifestazione musicale. Ciò che è ben più importante invece è piuttosto se essa, assieme a tutto ciò che attiene in genere al ruolo delle fondazioni (soprattutto di quelle bancarie), rappresenti un valore per la democrazia in genere e per il governo democratico degli enti locali in articolare. Laudizione in Consiglio comunale di Alfieri e Benessia (ma perché il noto avvocato daffari, nonostante sia in corsa per la presidenza della Compagnia di San Paolo, non ha avvertito il bisogno di astenersi da un progetto che, se fosse realizzato, finirebbe per intersecarsi come vedremo con il suo ennesimo e probabile incarico prestigioso?) si è conclusa con un momentaneo stop che, quanto a Settembre Musica, lascia per il momento invariata la situazione. Ma una riflessione più generale rimane comunque necessaria. Ed essa non può partire non da unanalisi di come le politiche culturali sono oggi gestite (e soprattutto condizionate) a Torino come nella maggior parte della grandi città italiane. Divenuta un aspetto fondamentale dellamministrazione pubblica, indicata spesso come una vera e propria vocazione economica delle città (a Torino in un modo esagerato e in parte avventuristico per colpa dellubriacatura postolimpica), la cultura comunale presenta alcune caratteristiche inconfondibili e ormai irreversibili. Segnata a tratti da megalomanie realizzative (le ristrettezze del Teatro Stabile, come conseguenza del milionario "Domani" di Luca Ronconi, ne sono lesempio più evidente) e da uninvasività che sembra avere nellantica formazione del pedagogismo marxista-leninista dei suoi attuali gestori la spiegazione più ovvia, essa deve al tempo stesso fare i conti con le ristrettezze dei bilanci dello Stato e degli enti locali. Di qui, allora, lormai endemico ed organizzato ricorso ai finanziamenti esterni che, nellassoluta avarizia privata torinese, nella nostra città trova proprio nelle fondazioni bancarie lunico e generoso mecenate. Qualcosa di cui lamentarsi? A una prima (ma anche sostanziale) analisi, tale situazione non può che suscitare giudizi favorevoli. Un successivo approfondimento, però, obbliga invece a qualche distinguo sia riguardo alla natura e ai compiti di tali fondazioni sia per ciò che attiene la forma democratica della gestione degli enti locali. Cerchiamo di spiegarci. Quanto alle fondazioni bancarie, il ruolo che ad esse è affidato dalla legge istitutiva e dai rispettivi statuti pretende losservanza di alcuni principi fondamentali e inderogabili: la piena autonomia (anche e soprattutto nel senso di nessun collateralismo o interferenza con la politica), lo scopo "non di lucro" (anche in riferimento a chi utilizza i finanziamenti e gli aiuti delle fondazioni), un ventaglio di obiettivi possibili che, quanto alla cultura, non può essere limitato solo alle iniziative delle politiche culturali comunali e regionali. Venendo invece ai Comuni, alle Regioni e ai loro assessorati alla cultura, quanto di iniziativa libera e democratica è ancora loro concessa nello scambio finanziatore-finanziato che si crea nei confronti dei presidenti, dei segretari generali e dei comitati culturali delle fondazioni bancarie? Quali sono i veri rapporti di forza tra gli enti elettivi, che a loro volta partecipano alla nomina delle oligarchie che gestiscono le fondazioni, e quegli organismi? A tale proposito, non sussiste il forte rischio che questo assetto extra ordinem comporti uno sbilanciamento decisivo a favore di tali fondazioni per quanto riguarda le indicazioni delle strategie culturali, dei filoni di intervento, delle vocazioni cittadine e addirittura nella scelta degli assessori alla cultura e dei dirigenti pubblici (un brutto spettacolo, questultimo, che la scena torinese ha dovuto ospitare non più di due anni or sono)? E, infine, la partita dei finanziamenti non rischia di coartare la volontà e la dignità di chi la cultura pubblica dovrebbe creare e organizzare (laccondiscendenza del sovrintendente del Teatro Regio al progetto Alfieri-Benessia ne è la dimostrazione più esplicita)? Ecco perché la questione del futuro dellUnione Musicale merita di essere seguita con la massima attenzione, assieme alle sorti di Settembre Musica e, perché no, dei futuri vertici della Compagnia di San Paolo.
PIEMONTE - Lo strano connubio politica-Fondazioni
La proposta di trasformare lUnione Musicale in una nuova fondazione culturale, avanzata dallassessore Fiorenzo Alfieri e dallavvocato daffari Angelo Benessia, ha suscitato un dibattito a Torino. La proposta prevede di trasferire la gestione e lorganizzazione di Settembre Musica dal Teatro Regio alla nuova fondazione. La questione è se questa iniziativa possa costituire un bene per il futuro della manifestazione musicale e se essa rappresenti un valore per la democrazia in genere e per il governo democratico degli enti locali.
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