Alla Pinacoteca di Brera di Milano la concessione per i servizi di biglietteria è scaduta l'anno scorso. A Roma, alla Galleria Borghese sono scaduti i servizi di caffetteria; al Pantheon, dal 2006, i servizi di vendita di cataloghi. A Castel del Monte, in Puglia, la concessione per gli stessi servizi è scaduta nel 2004. Al Palazzo della Pilotta di Parma il contratto è fermo addirittura al 2002. E così per una cinquantina di siti tra i più famosi d'Italia, dal Castello di Miramare di Trieste al Museo di Antichità egizie di Torino. Una situazione di caos, che tra rinnovi di fatto, servizi sospesi e contenziosi ha portato molti operatori privati a brancolare nel vuoto. L'incertezza è sui cosiddetti servizi aggiuntivi, i servizi di musei e aree archeologiche di proprietà dello Stato la cui gestione può essere affidata a privati: da quelli editoriali al merchandising, dall'accoglienza all'organizzazione di mostre. A tamponare all'ultimo momento il rischio paralisi è arrivato un decreto dei Beni culturali che ha riscritto i criteri di concessione. Mancano ancora il modello di bando e il disciplinare, ma la tendenza è chiara: i servizi dovranno essere integrati, meno frazionati in concessionari diversi. La concessione durerà quattro anni (non più nove), rinnovabili per altrettanti. Ed è privilegiata la gara d'appalto. Se il black out è temporaneamente scongiurato, i privati sono poco soddisfatti: chiedevano concessioni più lunghe. E speravano in modelli più innovativi di affidamento, come le concessioni di valorizzazione, sul modello di quelle demaniali, e il project financing. E ora è l'intero sistema delle concessioni al centro dell'attenzione. «Questo settore non ha mai veramente accolto le logiche dell'impresa», dice Patrizia Asproni, presidente di Confcultura, l'associazione che riunisce la maggior parte dei concessionari di servizi museali: «La legge Ronchey ha aperto la strada ai privati nei musei. Ma ha finito per dare spazio al massimo per la gestione dei bookshop e dei guardaroba. Le regole si sono stratificate, nel tentativo di inseguire il mercato: perché i privati si sono fatti largo nei musei, attraverso sponsorizzazioni, restauri, o con intere gestioni, come Pineault a Palazzo Grassi a Venezia. Oggi chiediamo che sia promossa la partecipazione dei privati al patrimonio culturale». I beni culturali, vale a dire i 402 musei e aree archeologiche dello Stato, interessati dalle concessioni, valgono 10 miliardi di euro. « La misurazione delle attività economiche legate alla cultura di per sé non è semplice ed è ostacolata dalla difficoltà di reperire dati aggiornati», nota Giuseppe Mele, vicedirettore dell'Area impresa di Confindustria e tra gli estensori del Libro bianco Confindustria-Confcultura appena presentato: «II numero di servizi aggiuntivi, dal 1998 al 2006, è passato da 104 a 395, concentrati in attività di tipo tradizionale, come bookshop e prevendite. I clienti sono cresciuti da 2,7 a 9,4 milioni. Gli introiti lordi sono saliti da 14 a 44,5 milioni di euro. Dati positivi, ma confrontabili a stento con un solo grande museo europeo». Le cifre sui visitatori parlano chiaro: secondo una ricerca della Fondazione Ibm, tutti insieme i nostri cinque più importanti musei - Galleria Borghese di Roma (450 mila visitatori), Uffizi di Firenze (un milione e mezzo), Museo archeologico di Napoli (357 mila), Museo egizio di Torino (321 ) e Pinacoteca di Brera (200) - riescono appena a confrontarsi col Museo del Prado (2 milioni e 300 mila visitatori l'anno), ma vantano solo il 60 percento dei visitatori del British Museum (4 milioni 600 mila), il 66 per cento del Metropolitan Museum (4 milioni) e il 48,6 del Louvre (5 milioni e 700 mila). C'è un dato, poi, che più di tutti colpisce nel panorama dei servizi aggiuntivi: l'oligopolio di imprese coinvolte. Come denuncia un'indagine della Corte dei conti: «Otto società concessionarie gestiscono in Italia il 90 per cento dei servizi, una è addirittura presente in 24 musei con ricavi che si avvicinano al 24 per cento del totale». Le imprese ricorrenti? Mondadori, innanzi tutto, attraverso Electa e la incorporata Elemond, titolari rispettivamente di 16 e 24 concessioni in tutta Italia. Pierreci, società cooperativa afferente all'area Legacoop (insieme, Electa e Pierreci hanno costituito Campania Arte). Civita Servizi, che opera anche attraverso Ingegneria per la cultura. Non solo. «Su 130 concessioni, ben 108 sono andate ad associazioni temporanee di imprese ( Ati). Nel 30 per cento dei casi riferibili a unico gruppo imprenditoriale», riporta il Libro bianco. Qualche esempio? Sia nei musei civici di Roma (dal Macro ai Musei capitolini) che in quelli statali (dal Colosseo ai Fori romani) l'associazione concessionaria è composta da Electa Mondadori e da Pierreci. Electa Mondadori e Ingegneria per la cultura sono concessionari dei servizi dei musei veneziani. Electa Mondadori, con Civita Servizi, si occupa dei servizi aggiuntivi nei musei statali della Lombardia. In Campania, è Electa Napoli la capofila delle Ati, insieme con Civita Servizi e Pierreci per diverse aree archeologiche. Ed è proprio la composizione delle Ati a preoccupare: spesso gli operatori raggruppati potrebbero concorrere da soli. Per non parlare dell'incrocio tra membri dei consigli di amministrazione e manager delle varie imprese. Ecco perché le modalità di aggiudicazione dei servizi sono sotto la lente dell'Antitrust: «L'Autorità vigila sul fatto che non esistano barriere che ostacolino la concorrenza», precisa Giuseppe Galasso, che presiede la direzione Industria e servizi: «Ma ha due limiti. Uno di natura normativa: non esiste una legge che obblighi l'ente pubblico a procedere all'affidamento dei servizi con gara. In più, il soggetto non è un'azienda privata verso cui l'Autorità ha poteri sanzionatori». In un caso l'Autorità è intervenuta: «Con una lettera al Comune di Roma per un problema di affidamento diretto di lavori a Zètema», prosegue Galasso, «e il Consiglio di Stato, chiamato a pronunciarsi per l'annullamento, ha ribadito i nostri rilievi». L'affidamento diretto è un altro degli snodi critici: non solo molte gare sono andate in questi anni deserte, talvolta non sono state neppure organizzate. E gli affidamenti fatti in casa. In molte realtà locali è la via privilegiata. Una situazione anomala, ma non illegittima. E non c'è solo Zètema: Arcus, controllata dai ministeri dell'Economia, Infrastrutture e Beni culturali, si avvale del 5 per cento degli stanziamenti per le infrastrutture, senza avere, come rilevato dalla Corte dei conti, un regolamento. Ales, costituita dai Beni culturali e da Italia Lavoro ha finito per essere leader di mercato grazie ad affidamenti diretti. Scabec, società a capitale misto pubblico-privato, al 51 per cento della Regione Campania e al 49 di Campania Arte (a sua volta composta da Pierreci e Mondadori) si è vista bloccare, anche dopo interrogazioni parlamentari, la gestione in affidamento diretto di alcuni siti archeologici. In posizioni più vantaggiose di altri operatori sarebbero anche Beni Culturali spa (Regione Siciliana e Itainvest) e la Fondazione Musica per Roma. «Anche l'Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici sta verificando lo svolgimento di alcune gare», dice il direttore generale Annalisa Rocchietti March: «È pendente una denuncia per alcuni poli museali ». Tra nicchie di monopolio pubblico e privati sul piede di guerra la parata è agli inizi.
L'Espresso
8 Marzo 2008
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