Il Codice dei beni culturali rivisitato dalla commissione presieduta da Settis, che ha riscritto soprattutto i capitoli su come poter intervenire o non intervenire sul paesaggio, ha avuto ieri il via libera all'unanimità della Commissione ambiente della Camera. L'altro giorno lo aveva approvato la Commissione cultura del Senato. Erano tutti passaggi necessari e vincolanti. A questo punto il testo che ha modificato importanti porzioni del Codice elaborato e rielaborato quando era ministro Urbani è riuscito ha imboccare la strada con luce verde e dunque la caduta del governo Prodi per fortuna non lo ha stoppato. Con le Regioni, a partire da quella toscana, si è consumato un braccio di ferro sulla tutela e sulla possibilità di intervenire sul paesaggio. Il Codice riscritto subordina allo Stato e a un indirizzo unitario la tutela e la responsabilità finale di ogni intervento sul paesaggio. E qui ha vinto l'impostazione voluta da Settis e sorretta da Rutelli. Un indirizzo contestato da diverse Regioni in quanto, a loro parere, ne minava l'autonomia. Ma - salvo una verifica più approfondita - qualcosa le amministrazioni pare abbiano ottenuto. Sui piani paesaggistici Stato e Regioni dovranno pianificare come intervenire sentendosi obbligatoriamente l'un con l'altro. Lo Stato non potrà mettere vincoli senza sentire le amministrazioni regionali. Resta salvo l'impianto Settis: per intervenire sul paesaggio occorre un permesso. Un punto è però da chiarire: se una soprintendenza non dà risposta entro 120 giorni a un progetto che gli viene sottoposto il progetto procede comunque? «Abbiamo impedito lo stravolgimento del nuovo codice che rischiava di passare con modifiche che ne avrebbero annullato l'efficacia», si rallegra Polena della Sinistra Arcobaleno. Ermete Realacci, Pd, che presiede la Commissione ambiente, rafforza il concetto: «Siamo riusciti ad approvare un imperante strumento per garantire l'integrità del territorio dalle speculazioni, dall'abusivismo edilizio e dal degrado».