L'uva, miracolosamente matura in gennaio fra i rami spinosi di un roveto, suscita la sorpresa di una decina di monache che s'inginocchiano formando una corolla attorno a Santa Francesca Romana; sullo sfondo, in un meriggio da campagna della Sabina, si disegna una vigna di magliuoli simile alla cupola di una chiesa. Questa è certamente la vigna più schietta e generosa del Quattrocento pittorico italiano, un miracolo anch'essa di semplicità e inventiva: l'affresco fa parte del ciclo che Antoniazzo Romano dipinse nell'Oratorio del monastero delle Oblate a Tor de' Specchi, accanto al Teatro di Marcello, concludendo nel 1468 il suo lavoro. «Divoti e monumentali» apparvero quegli affreschi a Roberto Longhi, che li riscoprì in un saggio del 1927, tredici anni prima del loro restauro: «Quei fatti miracolosi di una Santa moderna (morta ventotto anni prima) non hanno bisogno di reperimenti eruditi. I ponti, le case, le chiese goti-che dell'urbe, i miracoli di campagna o di convento, grano e vino doppiati, uva fuori stagione, fattacci di strada, sono la più bella e spaziosa narrazione romanesca del Quattrocento italiano». Romanesca come le didascalie in «volgare» ai piedi dei singoli riquadri dipinti, che ricostruiscono la vita della Santa così come fu raccontata all'epoca da Giovanni Mattiotti, confessore di colei che era conosciuta come Ceccolella. Nel codice del sacerdote, conservato negli archivi del convento, sono raccolte cento e più visioni mistiche, quaranta battaglie contro i dèmoni, tante guarigioni miracolose. In un labirinto di piazzette popolane e di vicoli severamente basilicali appaiono per incantamento il ponte Rotto, la casa rosa che forse è quella natale della Santa e il Palazzo Ponziani dimora del marito. Masse turrite che si stagliano contro un lume dorato di sole già abbassato sull'orizzonte. Per tutte le domeniche di marzo, tranne Pasqua, dalle otto alle dieci e dalle tre alle cinque, sarà possibile visitare eccezionalmente, in occasione della festa della Santa, l'Oratorio affrescato da Antoniazzo Romano. Ecco allora, dalla pagina alla pittura, movimentarsi le varie scene: il figlio morto di peste che appare in sogno a Francesca per presentarle l'angelo che la accompagneràdurante tutta la vita; la monaca che, con leggerezza di colomba, setaccia il gl'ano appena moltiplicato per i poveri; i pani fragranti di forno sulle tovaglie sprimacciate del refettorio; l'annegato che resuscita mentre i barcaioli lo tirano per i capelli fuori dall'acqua; il contadino al quale viene «ricucito» il piede tagliato dalla roncola e caduto in un intrico magico di foglie autunnali e ghiande quasi palpabili. Coetaneo di Melozzo, più anziano del Perugino e del Pinturicchio, collaboratore romano del Ghirlandaio, Antoniazzo Aquili precede e annuncia l'arte «umbra» e si ricollega direttamente, in una sovrana solitudine senza intermediari, alle fonti toscane e a Piero della Francesca. Al quale è affine per ineffabile urbanità nisticale, sottile eclettismo, sintesi armonica di linea e volume. «Uno dei più grandi ritrattisti del secolo», sentenzia Longhi. E basta a provarlo la torpida ma durevole potenza evocativa, la lenta placidità obiettiva, l'immutabile messaggio dell'affresco che Antoniazzo dipinse dietro l'altare nell'Oratorio delle Oblate: la Madonna fra San Benedetto e Santa Francesca Romana.