Chi scrive quest'intervento ha rivestito, in tempi differenti e in governi di segno politico opposto, la carica di ministro dei Beni culturali. L'aver condiviso questa comune responsabilità ci fa trovare oggi l'una al fianco dell'altro nel condannare l'introduzione nel nostro ordinamento del principio del silenzio-assenso per la vendita del patrimonio culturale e nel chiederne la sua immediata abrogazione. Siamo assai allarmati, infatti, dalla deriva «mercantile» che la politica culturale del nostro Paese sta assumendo. Ecco i fatti: tra qualche giorno entrerà in vigore la norma che introduce il silenzio-assenso per la vendita del patrimonio storico-artistico dello Stato. L'articolo 27 del decreto che accompagna la Finanziaria, il cosiddetto «Decretone» approvato mediante ricorso al voto di fiducia dispone, infatti, che le soprintendenze regionali concludano la verifica sulla sussistenza dell'interesse culturale di ogni singolo immobile e ne comunichino l'esito entro 120 giorni. La mancata comunicazione equivale a esito negativo». Ovvero, con il silenzio-assenso il bene si può vendere. Numerose sono state le voci di chi, come noi, dalle istituzioni, dagli enti locali, dalle associazioni di tutela, nel corso delle ultime settimane ha scongiurato il governo dal compiere questo gesto. Oggi che il silenzio-assenso è legge continuiamo a non rassegnarci e vorremmo da queste colonne far partire una nuova proposta per un ravvedimento operoso del Parlamento che consenta di evitare conseguenze irreversibili per il nostro Paese, per la sua civiltà giuridica e culturale, per l'integrità del suo patrimonio più prezioso. Il silenzio-assenso mina gravemente la normativa di tutela così come consolidatasi nel tempo, dalle leggi Bottai del 1939 al Testo Unico sui Beni culturali del 1999 passando attraverso l'articolo 9 della Costituzione che, va ricordato, affida alla Repubblica il compito di «tutelare il paesaggio e il patrimonio storico-artistico della Nazione». I governi che si succedono nel tempo sono amministratori pro tempore di tale ricchezza: loro dovere non è disporne a piacimento ma difenderla e promuoverla per tramandarla alle generazioni future. E' una ricchezza che va posta al centro dei processi di crescita civile e sociale e non va sottratta alla disponibilità collettiva. Sono giorni questi in cui in Italia si è tornato a parlare dì Patria. I nostri monumenti, i palazzi storici, anche quelli considerati «minori», sono un pilastro su cui poggia un comune sentimento di identità nazionale, quel «patriottismo gentile» che non è saggio liquidare a cuor leggero. Non tutto ciò che appartiene allo Stato possiede tale valore ed è vero che tra le pieghe dello sterminato demanio pubblico si celano beni che ne sono privi. Ma tale giudizio va affidato alle Soprintendenze, senza far calare su di esse la mannaia del silenzio-assenso: ogni minuto speso in tal senso da uno storico dell'arte, da un architetto o da un archeologo sarà stato ben speso. Come si vede, esiste lo spazio per disciplinare tale materia senza tabù. Ma a una condizione: va preservato il valore dì bene collettivo del nostro patrimonio culturale, senza far prevalere su questo principio l'esigenza di fare cassa. Ciò che noi chiediamo, dunque, è che già nella Finanziaria in corso di approvazione si abroghi la norma sul silenzio-assenso e sì dia rango di legge atte disposizioni del Regolamento 283 del 2000. Tale Regolamento individua tre categorie di beni: inalienabili (monumenti, beni archeologici eco.), alienabili a condizione che il privato li recuperi e li apra al pubblico (pena la risoluzione del contratto) e, infine, beni alienabili in virtù dello scarso valore storico-artistico. Ma soprattutto tale regolamento, redatto insieme alle associazioni di tutela, affida l'istruttoria per l'inserimento in una delle tre categorie alle Soprintendenze senza costringerle in vincoli temporali perentori. Tutto il contrario del silenzio-assenso. Dopo l'approvazione nel 2001 e nel 2002 delle leggi che hanno dato il via alla vendita del patrimonio dello Stato da parte delle società «Patrimonio Spa» e «Scip», allentando in maniera evidente le regole di tutela, da più parti era stata sollevata la richiesta che tale regolamento venisse trasformato in legge. Ora che il silenzio-assenso è stato approvato è arrivato il momento che di tale assunzione di responsabilità si faccia carico l'intero Parlamento. Al ministro Urbani chiediamo di far uscire le politiche a tutela del patrimonio culturale dall'angolo in cui sì trovano e di condurre questa battaglia insieme a noi. Così come ad Alberto Ronchey, Antonio Paolucci e Walter Veltroni, anch' essi ministri dei Beni culturali nel corso degli ultimi anni e a tutti coloro che hanno a cuore l'integrità del patrimonio storico artistico del nostro Paese chiediamo di associarsi a questa richiesta.
Melandri e Fisichella: no al silenzio-assenso. La svendita dei beni culturali va bloccata
Il ministro dei Beni culturali sostiene che la norma che introduce il silenzio-assenso per la vendita del patrimonio culturale è un passo avanti nella deriva mercantile della politica culturale italiana. Il silenzio-assenso significa che se le Soprintendenze regionali non comunicano entro 120 giorni se un bene ha interesse culturale, il bene può essere venduto. Il ministro chiede l'abrogazione della norma e propone di dare rango di legge a disposizioni del Regolamento 283 del 2000, che disciplina la tutela del patrimonio culturale.
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