Dopo quasi cinque anni e molti mesi di polemiche che misero alle strette lallora giunta di Amato Lamberti ritorna, riveduto e corretto, il Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia di Napoli. Il vecchio piano sollevò invettive e sdegno di tecnici e intellettuali. Sugli organi di stampa nazionali, Napoli e la sua Provincia divennero simbolo negativo di unurbanistica "fattiva" e che non aveva tempo da perdere con le prediche ingenue degli ambientalisti. Con unacrobazia normativa, il piano del 2003 infilava aree di pregio ambientale e paesaggistico nelle cosiddette "aree di prevalente riqualificazione urbana", zone, cioè, in cui era possibile realizzare attrezzature pubbliche di diverso tipo, parcheggi, campi sportivi, centri civici. Uno sguardo, nemmeno tanto attento alle carte, rivelò che in quelle aree erano comprese le colline terrazzate della Penisola sorrentina, buona parte delle "terre murate" di Meta di Sorrento, ampie zone della collina di Posillipo e dello Scudillo, gli orti residui della piana del Sarno, e così via. Memore di quellesperienza, il nuovo Piano Territoriale, che verrà presentato e dibattuto oggi da tecnici e amministratori dalle 10 al centro congressi della Stazione marittima di Napoli, propone fortunatamente una visione diversa del territorio e del paesaggio metropolitano. Il piano individua nella dispersione insediativa e nel fenomeno della "città diffusa", che altrove pur fagocitando aree libere è comunque segno di crescita economica, il marchio del fallimento delle regole di gestione del territorio e dellesplosione di unedilizia a bonne marché, per lo più abusiva o abusivamente assentita. Per contrastare questo fenomeno, e per tutelare aree e paesaggi ancora liberi, parte delle attrezzature di uso pubblico e gli ottantamila alloggi, in buona parte di edilizia sociale, che il piano territoriale indica quali necessari per risolvere lemergenza abitativa, dovranno realizzarsi nelle aree interstiziali e adiacenti ad alcuni nuclei urbani, "densificandoli". Attraverso il decentramento di servizi e attività produttive, poi, il piano prova a riequilibrare una struttura territoriale nella quale il capoluogo attrae una quantità insostenibile di flussi: il nuovo stadio, ad esempio, dovrà sorgere nella zona di Lago Patria, mentre la "densificazione" delle aree urbanizzate lungo la tangenziale sarà la nuova "città Domizia", così come la grande "città Nolana", preconizzata sin dagli anni Sessanta, sarà collegata a Napoli con un servizio metropolitano, con il raddoppio del binario della Circumvesuviana, e ospiterà gran parte delle nuove residenze previste e servizi di livello regionale. Nel nuovo piano la parola "riqualificazione" viene più correttamente utilizzata per aree di effettivo degrado e alle quali è necessario restituire qualità. Mentre la "missione" ecologista del piano porterà alla creazione di quattro nuovi parchi provinciali (Liternum, Nord, Regi Lagni, Nolano). Nel tempo dellemergenza, parlare di piano e di pianificazione sa di perdita di tempo. Tra il famigerato primo Piano Territoriale Provinciale e il secondo diverse condizioni possono dirsi mutate, ma la principale è che la difesa del territorio nella nostra regione non è più di moda. Anzi, è forse il tema "territorio" che non è più di moda, affaticato dai miti ormai al tramonto dello sviluppo locale, della "valorizzazione", dei Pit, delle "misure" del Por, utili a tutelare caste tecnico-politiche e a distribuire danaro a pioggia e nei quali lassenza di dati e documenti di valutazione e di rendimento rappresenta il fallimento loro e delle politiche alle quali hanno fatto riferimento. Riparlare quindi di pianificazione, di programmazione, di tempi medio-lunghi, di modelli sostenibili di sviluppo e di piani come "riduttori di incertezza" ha, forse, ancora senso.