Il Salone dei Beni Culturali di Venezia inaugurato ieri negli spazi del Venezia Terminal passeggeri, alla Marittima, e aperto sino a domenica è diventato grande. Non solo e non tanto perché ha raddoppiato la sua area espositiva (da 7 a 14 mila metri quadri), ma perché, giunto alla VII edizione con molti concorrenti scomparsi lungo la strada ha finalmente acquisito una precisa fisionomia. Non è più solo un luogo di discussione sporadico di temi "alti" della cultura, che riguardano soprattutto la realtà museale del nostro Paese, ma anche una vero Expo dove le imprese private del settore oltre il 60 per cento dei circa duecento espositori sono presenti in massa, come a un appuntamento importante anche per loro. Il riconoscimento che i beni culturali italiani sono anche un fattore economico è il corollario di queste presenze, a cui molto ha lavorato Maurizio Cecconi, che con la sua Villaggio Globale International si è affiancato da due a Venezia Fiere, tradizionale organizzatore della manifestazione. Cecconi, mèntore del nemo propheta in patria, da ex assessore comunale veneziano, riciclatosi in brillante organizzatore culturale, torna, in pratica, sul 'luogo del delitto" dopo aver conquistato altrove la credibilità che Venezia gli ha lungo negato e che ora sembra pronta a offrirgli (si parla anche di un suo incarico dal Comune per rivitalizzare il Centro Candiani di Mestre, da tempo a encefalogramma piatto). Canova è un buon esempio della filosofia manageriale di Cecconi applicata alla cultura, il Salone si è aperto ieri con la presentazione di due calchi originali in gesso dello sculture neoclassico in arrivo dalla Gipsoteca di Possagno, dove è in corso, con Bassano, la grande mostra canoviana da poco aperta. Un'esposizione che si fonda in parte sugli importanti prestiti giunti dall'Ermitage di Leningrado. E proprio il museo russo che già aveva ospitato una mostra su Canova alcuni anni fa è quello al centro del Salone di quest'anno, con una logica che si vuole ripetere, con altre raccolte, anche per gli anni successivi. Villaggio Globale International e Maurizio Cecconi sono dietro a tutti questi eventi, in una logica sinergica e sistemica che è ormai una strada obbligata per abbattere i costi. E anche così che un Salone dei Beni Culturali può diventare un fattore economico, senza vivere solo della "carità" dell'ente locale di turno. Moltissimi, anche quest'anno gli incontri e i convegni, tra cui spicca quello di domani (alle 14.30), dedicato all'idea del museo del futuro, con il direttore dell'Ermitage Michal Piotrovsky, quello onorario del Louvre Pierre Rosemberg e i responsabili delle raccolte pubbliche veneziane Giandomenico Ronanelli e Giovanna Nepi Scirè, oltre alla direttrice del nuovo Mart di Rovereto Gabriella Belli. Ma sarà anche presentata un'indagine strutturale con dibattito sul settore cultura nei grandi Comuni italiani e si indagherà anche sui meccanismi di finanziamento, organizzazione e gestione del sistema culturale. I numerosi stand del Salone, diviso su due piani, offrono oltre alle tradizionali presenze delle maggiori istituzioni veneziane, riunite nel coordinamento del Laboratorio Cultura una larga presenza di espositori provenienti dal Sud Italia, maggiore che in passato, oltre che dal Nord, con città come Mantova, chedopo il successo della grande mostra La Celeste Galleria, sui Tesori dei Gonzaga (anche cui con lo zampino di Cecconi e di Villaggio Globale) ha deciso di puntare forte sui propri programmi culturali. Grande spazio anche alla ormai imminente riapertura del Teatro La Fenice, con un doppio spazio espositivo per celebrare l'evento. Torna anche il Venezia Premio alla Comunicazione, destinato a premiare enti e persone che si sono distinti nella comunicazione legata ai problemi culturali. Tanta carne al fuoco per soli tre giorni espositivi, ma finalmente con una fisionomia chiara anche per il futuro di questa manifestazione, che non può non essere legata a una città come Venezia.