Il difensore: "Se indagano lui dovrebbero mettere sotto accusa lintero comando" Il maresciallo che arrestò Riina nei guai con il collega per il recupero dei mobili rubati ------------------------------------------------ Fuma e si danna lanima. Quarantaquattro anni, venticinque in servizio per lArma, il maresciallo Ravera trattiene le lacrime a stento: «Se hanno indagato lui - dice lavvocato Loredana Gemelli - allora devono indagare tutta la catena di comando. Perché non cè stata una sola mossa del mio assistito che non sia stata concordata con i suoi superiori e con la Procura di Torino». Un brutto affare, il furto alla Palazzina di caccia di Stupinigi. Informatori, zone dombra, trattative segrete e colpi di scena. Dopo quattro anni la vera storia del colpo - e delle indagini che seguirono - è ancora da scrivere. Pagato un riscatto di 250 mila euro, recuperata la refurtiva, arrestati i responsabili - una banda di nomadi sinti - restano domande delicatissime. I pm Andrea Padalino e Enrico Arnaldi di Balme hanno iscritto nel registro degli indagati con laccusa di concorso in estorsione i due investigatori che avevano lavorato in prima linea. Sono il sovrintendente della polizia Stradale di Saluzzo, Giuseppe Cavuoti, e il maresciallo dei carabinieri, Riccardo Ravera. Non un militare qualunque. Come agente sotto copertura del Ros, con il soprannome di "Arciere", nel 1993 aveva arrestato Totò Riina. Fisicamente era stato proprio Ravera a mettergli le manette ai polsi. Era il braccio destro di "Ultimo". E come tutti i compagni di quella squadra investigativa era caduto in disgrazia. Per ogni successo, una retrocessione di carriera. Emarginato da tutte le indagini che contano. Trasferito prima allanticrimine, poi alla Compagnia di Pinerolo, infine al Nucleo tutela patrimonio artistico di Torino. Doveva essere un posto defilato, il suo. Lo fu fino alla notte fra il 18 e 19 febbraio 2004. Quando i ladri portarono via quasi tutto dalla residenza estiva dei Savoia: quadri e mobili antichi, opere del Piffetti e del Bonzanigo. Un valore stimato di 8 milioni e 520 mila euro. «Per scoprire gli autori di quel furto il maresciallo Ravera ha lavorato notte e giorno - spiega lavvocato Gemelli - con le sue straordinarie capacità investigative è riuscito a creare una rete di contatti giusti. È stato lui a individuare il primo informatore che ha dimostrato di sapere dove fosse nascosta la refurtiva». Ovvio che "Arciere" si muovesse su un crinale delicato. «Ma mancavano pochi mesi alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi - racconta lavvocato Gemelli - tutti volevano arrivare a quella refurtiva». Sulle tracce dei mobili di Stupinigi cera chiunque: squadra mobile, carabinieri, agenti di pg, Digos, persino i servizi segreti. LOrdine del Mauriziano - anche pubblicamente - aveva promesso una ricompensa a chiunque avesse fornito indicazioni utili per il ritrovamento. Quella persona riuscì ad agganciarla proprio il maresciallo Riccardo Ravera. Fu lui a gestire la trattativa delicatissima. LAxa - che assicurava lintero patrimonio rubato - stanziò infine 250 mila euro. E la mattina del 26 novembre 2005 i mobili rubati ricomparvero su un prato innevato di Villastellone. Encomi, medaglie, lettere di stima - anche dal procuratore capo Marcello Maddalena - per entrambi gli investigatori coinvolti. In particolare per il maresciallo Ravera. Gli stessi investigatori che adesso sono nel fango. Secondo la Procura di Torino, almeno questo si evincerebbe, avrebbero cercato di lucrare sul riscatto. «Ravera non ha intascato un euro - tuona lavvocato Gemelli - tutto quello che ha fatto era concordato con i suoi superiori. Chiediamo di essere sentiti per poter chiarire ogni cosa». Per il momento la Procura non scopre le sue carte. Forse Ravera è accusato proprio dal nomade sinti con cui aveva gestito la trattativa. Uno dei quindici arrestati. Ma cè un altro mistero nella storia del colpo alla Palazzina di Caccia. Ed è, per così dire, matematico. Lordine Mauriziano aveva denunciato il furto di 34 opere darte, sul prato di Villastellone ne furono ritrovate però 42.