Bastano una ricchezza diffu sa e la volontà di un governo per creare ex nihilo un fiorente ambiente artistico e mercato dell'arte? La risposta è: «solo parzialmente», a giudicare dall'esperienza di Singapore, che 15 anni fa annunciò (con tanto di business pian e agevolazioni fiscali) l'intenzione di trasformare l'isola in centro artistico del sudest asiatico. Il clima culturale alquanto soffocante, la mancanza di un radicato collezionismo e la crescita, nel frattempo, di mercati più forti a Hong Kong e Shangai hanno impedito a Singapore di decollare. Dubai, con riserve di petrolio esaurite fra meno di 10 anni, che contribuiscono solo per il 6 al suo Pii, spera che un mercato dell'arte e una fiera ad hoc aggiungeranno valore anche al rigoglioso mercato immobiliare. Anche Abu Dhabi punta sulla cultura per aggiungere valore alla sua economia: qui si stanno costruendo le succursali del Louvre e del Guggenheim sotto l'auge della Tourism Development Investment Company. Zaki Nusseibeh, consigliere dell'Emiro, nega però che l'obiettivo principale sia il guadagno, perché Abu Dhabi ha ancora riserve di petrolio per oltre un secolo. «I musei fanno parte di uno sviluppo più generale dell'istruzione pubblica in cui partecipano Yale, Sorbonne e New York University - spiega Nusseibeh -. Vogliamo costruire ponti tra le tradizioni e il patrimonio arabo e una visione culturale davvero globale che abbracci tutto il mondo». Ma Ornar Ghobash, collezionista del Dubai ribatte: «Non hanno fatto abbastanza per spiegare alla gente qui che rilevanza ha la cultura globale sulla loro vita». Una fiera e qualche asta non bastano per incidere profondamente sullo sviluppo di un'area. Gli Emirati rimangono luoghi dove la cultura visiva è, con pochissime eccezioni, quella di un foyer d'albergo di lusso: sontuosa ma blanda e volgare. Manca completamente una infrastruttura artistica istituzionale; le gallerie sono pochissime e i ricchi espatriati che hanno investito in appartamenti non vedono nessuna ragione di comprarsi un Picasso qua invece che a Londra o New York. I collezionisti arabi sono l'eccezione e scelgono quasi esclusivamente l'arte del Medio Oriente. Non inganniamoci che tutta la mitica ricchezza dell'Arabia sia adesso a disposizione del mercato dell'arte occidentale.