C'è troppo privato e ce n'è poco: questa la paradossale conclusione del ministero dei Beni Culturali al primo bilancio decennale della Legge Ronchey, che ha introdotto gestori e criteri privatistici per migliorare la fruizione dei musei. Ce n'è troppo nel senso che la concorrenza è molto imperfetta, e molti servizi scadenti: come ai Musei Capitolini di Roma, per esempio, uno dei posti più visitati al mondo, dove però oltre la metà delle sale sono normalmente chiuse, o al Museo della Magna Grecia di Reggio Calabria, uno dei più dotati del Mediterraneo, dove sono visibili praticamente soltanto i bronzi di Riace. I gestori, insomma, tendono a lavorare al minimo. C'è però poco privato in fatto di utili per lo Stato concedente. Gli introiti contabilizzati dal ministero per i primi dieci anni della Ronchey sono circa 65 milioni di euro. Una cifra irrisoria, equivalente a un introito medio annuo di 6,5 milioni. I servizi aggiuntivi introdotti dalla Ronchey, dal bookshop alla ristorazione, alle audio-guide e alle visite guidate, hanno accresciuto notevolmente gli introiti rispetto ai biglietti, poiché rappresentano i due terzi del totale. Ma non c'è stato il decollo di prodotti e di vendite che si attendeva a confronto con le analoghe gestioni già sperimentate a New York, Londra e Amsterdam. Il fatturato totale è limitato: quest'anno sarà sui 32 milioni. Qualcuno ha da tempo abbandonato, come i gestori del Palazzo delle Esposizioni a Roma, dopo aver rischiato il fallimento; qualcun altro sta lasciando, come il gruppo francese che gestisce la Gallerìa d'Arte Moderna a Roma, la francese Reunion des Musées Nationaux. Giuliano Urbani, il ministro per i Beni Culturali, è ora sotto pressione da parte delle Regioni per cedere parte delle competenze, e delle convenzioni, in materia di gestione dei musei. L'affare potrebbe così implodere prima ancora di avere esplicato le sue potenzialità. Da II Velino