Non si possono iscrivere nel bilancio dello Stato. Ma il Colosseo e la Torre di Pisa, il Duomo di Milano e il David di Michelangelo a Firenze, il Ponte di Rialto a Venezia e la Mole Antonelliana a Torino, i templi agrigentini e il museo di Capodimonte a Napoli, la Basilica di Santa Croce a Lecce e tutto quel bacino di ricchezza incalcolabile che è il patrimonio artistico culturale e paesaggistico italiano, possiedono un valore aggiunto e una ricchezza potenziale che in termini di Pil può agevolmente superare i 100 miliardi. «La cultura e la valorizzazione dei beni culturali sono il centro e il detonatore di un nuovo modello di sviluppo dell'Europa e in particolare dell'Italia»: dice al Mondo Gianfranco Imperatori, banchiere che considera la cultura un volano della crescita socio economica del sistema Italia, e segretario generale di Civita, una delle realtà più importanti tra quelle che operano nel settore dei beni culturali e ambientali. STATUE PROFITTEVOLI Economia della cultura: è questo il motore che può trasformare in fonte di reddito le statue e le fontane, i musei e le chiese, i teatri e i borghi che compongono quello che il ministro uscente dei Beni culturali Francesco Rutelli ha chiamato l'inesauribile patrimonio nazionale. «Tradotto in azioni, economia della cultura significa gestione imprenditoriale di beni artistici, capacità di coniugare arte e impresa, incontro tra tesori architettonici e nuove tecnologie», sostiene Imperatori, che è riuscito a coinvolgere intorno all'associazione nata 20 anni fa e presieduta da Antonio Maccanico, ben 160 aderenti, pubblici e privati, tra imprese, banche, fondazioni, compagnie di assicurazione, istituzioni. Ma su quali basi poggia la potenza di fuoco del museo Italia? Partiamo da alcuni punti fermi. Il primo: gli occupati del settore culturale italiano, e cioè gli addetti impegnati nei musei, nelle iniziative artistiche, nel mondo dello spettacolo e nelle varie attività connesse che si raccolgono sotto il cappello della cosiddetta industria della cultura del Belpaese, sono circa 470 mila e rappresentano il 2,1 della forza lavoro totale. Il secondo: sulla base di stime prudenziali, questa forza lavoro ha prodotto direttamente nel 2006 circa 41 miliardi di pii. Ma non è tutto qui. Bisogna infatti tenere conto anche del pii generato dalle altre attività legate alla valorizzazione del patrimonio artistico, a cominciare dal turismo culturale. Un fenomeno in crescita costante: una recente indagine dell'Enit conferma infatti che questa componente rappresenta la più forte motivazione al viaggio in Italia. In termini percentuali, considerando il totale degli arrivi, l'obiettivo artistico, nel senso più lato del termine, interessa l'80 dei turisti statunitensi, spagnoli e portoghesi; l'85 dei giapponesi; il 52 degli svizzeri e dei francesi; il 60 dei turisti dei Paesi Bassi; il 40 dei belgi e lussemburghesi; il 60 degli scandinavi; il 70 degli indiani. Anche i turisti tedeschi, tradizionalmente orientati verso altri segmenti dell'offerta italiana, fanno la loro parte: il cali center Enit in Germania rivela che in alcuni periodi dell'anno, la richiesta di informazioni riguarda per il 70 il segmento arte e cultura. Non solo. RAFFINATI SPENDACCIONI C'è un altro dettaglio che vale oro: se si guarda in tasca al turista che arriva nella Penisola con obiettivi squisitamente culturali, si scopre che ha una disponibilità piuttosto elevata (per esempio, spende almeno il 40 in più di un turista balneare). Soldi che servono per il museo e l'albergo, l'oggetto di artigianale o la gita nel territorio, un libro d'arte o per l'enogastronomia. Tra l'altro, il viaggiatore attratto esclusivamente dalla passione per la buona tavola è pronto a spendere anche di più. In pratica, in base ad alcune stime, si potrebbe dire che il turismo culturale, che ha come protagonisti soprattutto gli stranieri, è un moltiplicatore di spesa e che un euro investito nel settore culturale ne genera altri cinque. Il tutto, normalmente, in momenti di bassa domanda turistica e quindi particolarmente preziosi per gli operatori del settore. Morale: tradotto in quattrini, il turismo dei beni artistici nel 2006 ha generato almeno 28 milioni di pii, facendo così lievitare il reddito complessivo della voce cultura fino a 69 milioni, con un incidenza del 4,8 sul prodotto interno lordo. È da qui che si parte e non è poco. «Ma un'azione più integrata e sistemica del settore, quella che per Civita è la strategia del distretto culturale, potrebbe accrescere sia il numero degli occupati dell'industria della cultura, sia i suoi impatti diretti e indiretti sul pii», sostiene Pietro Valentino, docente di economia della cultura all'Università La Sapienza di Roma e vicepresidente del comitato scientifico di Civita, laboratorio di idee, di studi e di analisi dei fenomeni emergenti presieduto da Antonio Paolucci (anche direttore dei Musei vaticani). Insomma, non solo tutela del bene: esercizio spesso trascurato, visto lo stato di abbandono e di degrado in cui versano tante opere e tanti siti dal grande valore storico e paesaggistico. Ma anche valorizzazione delle sue capacità di attrazione che si possono, tra l'altro, mol-tiplicare se quello stesso bene si lega al suo territorio e si pone al centro di un complesso di relazioni che vanno dall'ospitalità turistica alle tradizioni enogastronomiche, ai pregi ambientali, dando vita, appunto, al distretto culturale. «È quello che David Thorsby {studioso australiano di economia della cultura, ndr) definisce lo stock di capitale culturale incorporato in un bene, analizzando anche le ricadute esterne che gli investimenti in beni culturali possono generare, determinando notevoli ritorni economici», sottolinea Imperatori. Un esempio concreto? È il museo Guggenheim di Bilbao, che ha trasformato la città basca nella seconda meta turistica della Spagna, con una moltiplicazione di reddito e posti di lavoro per l'intera zona. Senza andare lontano e rinunciando a questi casi di eccellenza, la mostra su Gentile da Fabriano, organizzata da Civita, ha raccolto più visitatori di quanti la cittadina marchigiana può contare in un anno. Con effetti, in questo e in tutti gli altri casi di manifestazioni culturali di successo, a lungo termine. «Oggi l'Italia può incassare i dividendi della sua grande ricchezza culturale dovuta anche alla sua infelice storia civile che l'ha portata all'unità molto tardi, nel 1860», commenta Giovanni Puglisi, presidente della commissione nazionale dell'Unesco e numero uno della Fondazione Banco di Sicilia, che ha costituito Civita Sicilia (di cui è azionista anche Unicredit). L'associazione punta alla massima valorizzazione della ricchezza culturale e artistica dell'isola. «Fino al Risorgimento», aggiunge Puglisi, «ogni città è stata la capitale del suo territorio e si è quindi ornata di tesori: basti pensare alla Toscana, che raccoglie in un fazzoletto di terra valori immensi. Occorre mettere a reddito questo patrimonio, rendere accessibili a tutti i beni che possediamo, con modalità di fruizione compatibili con la tutela degli stessi beni. Tutto ciò può determinare ricchezza in termini di valuta e di occupazione a patto però di impostare un'adeguata politica dell'accoglienza, più professionale e meno approssimativa, come ancora oggi appare in molti casi». IMMOBILI A CAVALLO Tra l'altro, è il caso di notare che, in base all'esperienza maturata sul campo, in tutte le aree che sono state oggetto di attenzione e di interventi a cavallo tra arte e cultura, si è valorizzato a cascata anche il patrimonio immobiliare, determinando un maggior interesse dei privati verso azioni di recupero di edifici abbandonati a se stessi. Come dimostrano le quotazioni dei trulli nella Valle d'Itria in Puglia e quelle delle abitazioni che circondano l'Auditorium nella capitale. Non c'è dubbio che, mai come negli ultimi anni, è stata colta un'attenzione bipartisan su questi temi. Anche sollecitata da un forte incremento della domanda culturale: dal 1996 a oggi, i visitatori dei musei e di aree archeologiche statali sono aumentati del 38, con un'impennata degli introiti lordi pari a oltre il 97 (si tratta comunque di un incasso che non va oltre i 100 milioni). CULTURA A TAVOLA A questo punto, dicono gli addetti ai lavori, si tratta di ingranare la marcia e fare sistema. «Nel medio periodo e cioè nell'arco di cinque-sette anni, una strategia che punti, tra l'altro, all'integrazione dei flussi turistici, congressuale, enogastronomico, culturale, religioso, può avere ricadute importanti», spiega Valentino. Quali? «Per esempio, potrebbe rafforzare la filiera culturale e quindi il reddito generato dalle attività complementari richieste dal settore, come i servizi per le mostre e per i musei, e potrebbe accrescere il numero degli occupati del comparto di circa 200 mila unità, portando il loro peso sul totale dell'occupazione al 2,8», dice Valentino, ricordando come attualmente l'occupazione culturale in Italia è simile a quella francese, ma ben al di sotto di quella registrata in Germania e Regno Unito. Stanno comunque emergendo nuove figure professionali nel campo del restauro e delle nuove tecnologie al servizio del patrimonio artistico, come pure cercano di farsi spazio gli economisti della cultura: le università ne laureano 3 mila all'anno, anche se, va detto, che solo 11 su cento trovano sbocco in un settore legato alla loro specializzazione. Fino a quando il mercato della cultura soffrirà di nanismo? Secondo le stime di Civica, nel giro di pochi anni il dispiegarsi di un'azione a 360 potrebbe far compiere all'industria della cultura un bel passo avanti, facendo lievitare il pii prodotto, direttamente e indirettamente, fino a 67 miliardi e il contributo legato al turismo culturale fino a 34 miliardi, per un totale di 101 miliardi e un'incidenza sul pil del 6,5. ANDREMO TUTTI ALL'HOTEL CULTURA Progetto Hotel della cultura. Ovvero, il recupero e il restauro di edifici storici da convertire in strutture alberghiere unito da un comune denominatore: il legame con l'arte e la storia, la capacità di offrire, oltre a servizi alberghieri di standard elevato, anche proposte culturali, spazi adibiti allo studio e all'approfondimento del territorio circostante in tutte le sue sfaccettature, mostre a tema, visite private. Promossa da Civita, associazione, che ha nel suo Dna l'incontro tra il mondo della cultura e quello dell'impresa, l'iniziativa parte dal presupposto che il sistema di ricettività in Italia sia carente, soprattutto al Sud, e raccoglie attorno al tavolo anche l'Ance, Associazione tra i Costruttori edili e l'Arcus, società pubblica per il finanziamento di progetti culturali. Due le fasi di lavoro per arrivare alla creazione di questo speciale network alberghiero che prende spunto dai paradores spagnoli (castelli medievali, monasteri, palazzi antichi trasformati in alberghi). La prima fase ha messo a fuoco il mercato di riferimento e il format delle strutture ricettive. La seconda, sta ora individuando un nucleo di progetti pilota sui quali testare la fattibilità e il ritorno economico del progetto per poi coinvolgere, conti alla mano, l'iniziativa privata. Ancora top secret, i primi test dovrebbero interessare l'area di Noto in Sicilia, i dintorni di Torino (altra caratteristica di un hotel della cultura è di non essere all'interno di città d'arte), la provincia di Viterbo e la Tuscia in particolare, ricca di tesori archeologia.
Il Mondo
29 Febbraio 2008
VALORIZZAZIONE IMMOBILI: Miliardi (e non sappiamo di averli)
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Anna di Martino
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