Anni di dibattito, sperimentazioni gestionali e capovolgimenti legislativi non hanno radicalmente modificato il difficile rapporto tra cultura ed economia, che resta improntato a un sostanziale scetticismo sulla reciproca compatibilità delle due sfere: è preoccupante la conclusione del rapporto di Confindustria e Confcultura («La valorizzazione della cultura fra Stato e mercato») presentato mercoledì a Roma e anticipato sulle colonne del Sole 24 Ore del lunedì da Antonello Cherchi. Dalla legge Ronchey in poi, per la verità, si è tentato di introdurre germi di imprenditorialità nella gestione dei beni culturali; ma le resistenze restano forti, e i risultati modesti. Il settore della cultura, nota il rapporto, è ancora in Italia uno dei meno aperti al privato e al mercato; anzi, sottolinea, «le istituzioni vi occupano uno spazio operativo molto più ampio di quanto riscontrabile nel complesso dell'economia, ma offrono un contributo occupazionale molto più limitato». Più grave la tendenza per gli enti locali, che in questo settore giocano un ruolo determinante e manifestano una chiusura ancora più radicata rispetto allo Stato: proprio nell'ambito della cultura, anzi, si esprime con particolare vigore quella tendenza al «neocapitalismo municipale» che provoca risultati giudicati dagli autori (Paolo de Luca, Simona Dotti e Giuseppe Mele, con Patrizia Asproni e Gaetano Mercadante) «paradossali» e tali da configurare autentici conflitti d'interesse. Il rapporto denuncia giustamente un perdurante «pregiudizio ideologico», di cui continuo a non cogliere le ragioni. Laddove il pregiudizio è stato superato, l'intreccio tra cultura e mercato assicura al settore maggiori risorse. Laddove perdura, come in Italia, la cultura finisce col dipendere di più dalla politica, cioè dai partiti; e rischia di diventare, soprattutto a livello locale, espressione dei gusti personali di sindaci, assessori e burocrati, delle loro preferenze, delle loro conoscenze, delle loro appartenenze, talora anche dei loro interessi. Con buona pace della esigenze di libertà e di pluralismo. Il rapporto insiste quindi opportunamente sull'esigenza che i soggetti pubblici rinuncino a gestire direttamente (insomma, a fare il capocomico o il direttore di museo) per esercitare funzioni strategiche, di indirizzo e di controllo della qualità dei servizi prestati che spesso restano a livelli bassissimi: per l'Italia, per esempio, è impietoso il confronto sui servizi museali, sia in termini di fatturato complessivo che di percezione della qualità offerta. Ma, per l'appunto, di quei servizi alla politica, cioè alle amministrazioni pubbliche, interessa spesso assai poco, dato che dare vita a una notte bianca può risultare più gratificante che gestire quotidianamente un museo. Ed è proprio qui che l'impresa privata, nell'ovvio rispetto delle esigenze di tutela e conservazione dei beni culturali, potrebbe esprimere una diversa efficienza e una maggiore capacità di produrre ricchezza. A patto, naturalmente, di rispondere a regole diverse dalle attuali, che sembrano fatte apposta, in molti casi, per far fuggire, non per attirare il contributo privato. Poiché il settore (inteso nella sua più ampia espressione) vale circa il 10 dell'economia complessiva, non resta perciò che sperare che il tema non venga trascurato dagli strateghi dei programmi politici. Ne va del)a vitalità di una risorsa che manifesta, certo, eccezionali potenzialità economiche ma esprime, soprattutto, un irrinunciabile valore civile.