Thomas Krens non è più il direttore della Fondazione Guggenheim. Dopo 20 anni. E allora? Dov'è il dramma? Magari ve lo chiederete se l'arte non è il vostro pane quotidiano. Nessun dramma. Ciononostante questo signore ha semplicemente modificato la cultura globalizzata dei musei degli ultimi vent'anni. Perché è stato Krens - tipo dal carattere ingombrante - che ha imposto alla ricca fondazione newyorkese la politica di multinazionale dell'arte con musei satellite nel mondo per vasti pubblici. E istituti storici -come il Louvre, l'Ermitage, la Tate Modern di Londra - hanno preso a guardare se non perfino a imitarlo. Ha iniziato a incantare direttori e amministratori pubblici il Guggenheim di Bilbao con superficie al titanio progettato da Gehry: con un milione di turisti l'anno dal '97 ha rivitalizzato una città destinata al declino industriale. E però questo modello culturale mostra crepe e chi vi si oppone nella Fondazione, inclusi alcuni ricchi finanziatori, mercoledì è riuscito a far ripiegare Krens al ruolo di consigliere per gli affari internazionali e a sovrintendere il suo gigantesco progetto di impiantare un Guggenheim ad Abu Dhabi, sul Golfo Persico, affidato anch'esso all'architetto Gehry, che supererà Bilbao per dimensioni e che avrà arte da ogni continente Oceania (forse) e i due Poli esclusi. Queste dimissioni, ufficialmente concordate col sorriso sulle labbra, hanno peso internazionale. Per i contestatori Krens ha creato un modello di cultura in franchising, un po' alla McDonald's. A New York lui aveva pianificato un secondo museo, progetto costoso e sfumato, mentre gli rimproveravano di non prendersi cura a sufficienza del museo-simbolo, il magnifico e storico edificio a spirale di Wright sulla Quinta Avenue ricco di opere surrealiste, Pollock, Rauschenberg, Pop e su fin ai nostri giorni. Krens ha rigettato le accuse, con lui l'edificio di Wright è stato ristrutturato e arricchito di una torre, ha comprato - contribuendo a elevarli a star - artisti come Jeff Koons, in quel museo ha allestito mostre su Armani e motociclette che hanno attirato tanti visitatori come contestazioni da chi le riteneva una svendita al commercio e alla moda. Il Guggenheim anni 2000 ha allacciato legami con partner come l'Ermitage di San Pietroburgo e ne allaccerà con il Kunsthstoriches Museum di Vienna. Eppure non tutte le ciambelle gli sono riuscite. Lui ha voluto una succursale a Las Vegas fitta di capolavori, tipo da Picasso a Warhol, che costa tanto senza i riscontri economici e mediatici immaginati. Un progetto espansionistico in Brasile si è appannato. A Venezia - dove la raccolta Guggenheim è istituzione autonoma creata da Peggy decenni prima di Krens - Pinault l'ha battuto per creare e gestire uno spazio espositivo alla Punta della Dogana. L'espansionismo dell'arte procede. Ma forse è in crisi.