«Ci sono dei momenti in cui per me un albero, una casa, sono importanti come un uomo». Così scriveva Michelangelo Antonioni nella sceneggiatura del suo film "L'eclisse" nel 1962. Mi è venuta in mente questa frase perché racconta lo stato d'animo di molti cagliaritani che assistono con una certa rassegnata impotenza alla modificazione del paesaggio urbano e spirituale della città. I luoghi hanno un'anima, gli spazi urbani sono un alternarsi di memoria e di presente. Ogni albero, ogni casa hanno una loro storia, una storia che lascia una traccia profonda, portano dentro di sé la memoria di chi li ha disegnati, di chi li ha costruiti, di chi li ha abitati con amore. A volte per cancellare questa memoria le ruspe ci mettono un minuto, nella polvere, dentro le macerie scompaiono i sogni, le speranze, la bellezza, le piante dei giardini, attimi di una vita, infanzie felici, pezzi di cielo che lasceranno il posto all'ombra dei palazzoni, sette piani d'ombra, a settemila euro al metro quadro. Sono fra quei cagliaritari che si struggono a guardare le immagini del passato, che ancora si emoziona a vedere nei quartieri del centro la natura che si affaccia dietro i muri sbrecciati. Ho conosciuto il Poetto con la sabbia bianca e le dune, con i casotti e i tram affollati di gente che viaggiava con l'ombrellone e l'anguria. Ho conosciuto il Caffe Torino quando aveva il bancone, disegnato da Ubaldo Badas, al centro, e aveva l'aria di un bar che sembrava uscito da un noir di Howard Hawks. Un giorno, ero ancora piccolo, giravo per via Roma con mio nonno e mi accorsi che il Caffe Torino era scomparso, i raffinati arredi di legno portati in qualche magazzino a marcire per sempre, al loro posto l'anonimo "stile moderno" che si e' impossessato di tutti i bar cittadini. Quel giorno per la prima volta nella mia vita ho scoperto il significato della parola progresso. Nella mia città la parola progresso ha lo stesso suono aspro delle ruspe quando buttarono giù la villa liberty di via San Benedetto per trasformarla in un anonimo condominio. Progresso significa costruire un nuovo quartiere, di lusso ovviamente, a pochi passi dalla più importante necropoli punica del Mediterraneo, dimenticare la natura sacra, e metafisica, del luogo, per "regalare" alla città, un nuovo parco ad uso e consumo delle famigliole che la domenica cercano nei parchi, spazi antropizzati, vialetti ordinati, aiuole scenografiche con la natura bene ordinata, piegata alle esigenze dell'uomo, come una bestia feroce del circo costretta ad esporsi alla curiosità degli spettatori. A guardare il tunnel che parte da Tuvumannu e fra poco attraverserà a quattro corsie il canyon di Tuvixeddu stranamente mi sento per una volta nella vita conservatore. Ordine e progresso. Era progresso mettere la sabbia grigia dove un tempo c'era la sabbia bianca? Cancellare parte della storia della citta buttando giù i casotti? Pieni com'erano di memoria e di eleganza popolare. Progresso è pensare alle nobili ville di Bonaria costruite da architetti come Ubaldo Badas, non come testimonianza di un'architettura contemporanea raffinata, capace di guardare all'equilibrio fra l'uomo e lo spazio urbano, ma come zone edificabili. Di tutto questo un giorno rimarrano solo fotografie sbiadite su cui struggersi pieni di malinconia.
L'assalto a Cagliari: dopo il Poetto toccherà a Tuvixeddu?
Il testo descrive lo stato d'animo dei cagliaritani che assistono con rassegnata impotenza alla modificazione del paesaggio urbano e spirituale della città. Gli spazi urbani hanno un'anima, ogni albero e ogni casa ha una storia profonda. La cancellazione di questi luoghi storici, come la villa liberty di via San Benedetto, è vista come un esempio di "progresso" che significa costruire nuovi quartieri di lusso, dimenticare la natura sacra del luogo e mettere in ordine lo spazio urbano. Il testo esprime la nostalgia per il passato e la paura che la progressione possa cancellare la memoria e la bellezza della città. Il protagonista si sente conservatore e ordine è visto come sinonimo di progresso.
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