CHE c'entra Narciso, con Adriano imperatore e coi Gonzaga? Tre nomi, tre garanzie di "bellezza". Dalla leggenda alla realtà d'oggi, il Bel Paese rischia di fare la fine del fanciullo in fiore che scivola nello stagno specchiandovisi. Inutile gloriarsi di tante belle arti e cultura, se non diventano "produttive". Come per Adriano, che della villa sotto Tivoli fece un giardino di culture diverse, si tratta di conciliare interessi diversi, non solo artistici e culturali. La "strategia" dei Gonzaga può essere ancora un modello per nuovi mecenati, secondo il ministro dei Beni culturali, Giuliano Urbani, che cosi si è espresso al convegno su "Mecenatismo e imprenditorialità", promosso ieri a Roma dalla Confindustria, per la seconda Settimana della cultura d'impresa. Cultura e arte, viste con l'occhio degli industriali, fanno i conti coi numeri dell'economia. Guido Guerzoni (cattedra di management dei beni culturali ad Harvard, dove in cinque anni le imprese hanno sborsato due miliardi e mezzo di dollari) ricorda che l'ammontare delle risorse investite dai privati in Italia raggiunge 600 milioni di euro (di cui 400 dalle banche e 200 dagli imprenditori, rispetto a un finanziamento pubblico di 2,860); molto più che in Francia - ad esempio - dove la spesa pubblica sale invece a 7.110, e i contributi privati sono di 255 milioni di euro. Ma, ovviamente, non è isolo questione di numeri. Accanto all'aspetto economico, c'è quello altrettanto importante delle strategie per far fruttare tali investimenti. «Non basta essere una nazione museo - avverte Guerzoni - occorre sostenere progetti pilota di cultura contemporanea, badando ai beni culturali del futuro. Oltre ai capitali, servono profili professionali, procedure, metodologie, competenze, che le imprese possono trasferire alle istituzioni culturali». E' stato poi il presidente di Sistema Moda Italia, Vittorio Giulini, a scomodare i nomi di Narciso e dell'imperatore Adriano, Siccome in Italia non si laureano 500.000 ingegneri e matematici come in India, tanto vale puntare su arte e cultura - da gestire bene - anziché piangere per la mancata produzione di alta tecnologia. «I beni culturali vissuti nel quotidiano, nel paesaggio urbano e rurale, educano l'occhio alla varietà e al senso del bello», ribadisce Giulini, mettendo però in guardia dal rischio narcisista, e richiamandosi invece al "modello di Adriano", che dovrebbe imporsi in «un mondo globale di forti identità culturali». C'è pure un altro rischio: la dispersione d'iniziative e risorse dovuta allo spontaneismo che, pur encomiabile, non riesce a farsi "sistema" (come rileva Gianfranco Imperatori, presidente dell'Associazione Civita). Va bene l'arricchimento della dimensione culturale delle imprese, ma si deve andare oltre il mecenatismo: parte da questa premessa il presidente della Commissione impresa e cultura della Confindustria, Cesare Annibaldi, rilevando che finora non è stato riconosciuto ai privati un ruolo istituzionale (per esempio, nel rapporto con gli enti locali); mentre l'incertezza di priorità, fra tutela e valorizzazione dei beni culturali, può spiazzare un mecenatismo di stampo imprenditoriale. «La tutela viene prima della valorizzazione», chiarisce il ministro Urbani, evocando il mecenatismo dei Gonzaga, "interessato", e perciò più proficuo. Il ministro spera sempre nell'incentivo di agevolazioni fiscali per chi investe in cultura. Ha già pronta una bozza di decreto da far digerire prima o poi al collega Tremonti. E ripete la sua metafora preferita: «II cavallo non beve perché non sa che lì c'è acqua», per dire che le imprese dovrebbero essere meglio informate sui vantaggi d'investire in cultura (per esempio attraverso donazioni). Mentre l'ex ministro Walter Veltroni (in un filmato) ricorda che restauri, sponsorizzazioni e conduzione dei musei sono un ottimo esempio di collaborazione con la "cultura d'impresa". «Cultura e patrimonio artistico producono più sviluppo economico anche perché offrono alle imprese la "ricaduta" di un ambiente culturalmente più consapevole»: è la conclusione del presidente della Confindustria, Antonio D'Amato, il quale si chiede tuttavia se, fra qualche secolo, il nostro tempo potrà suscitare memorie da "epoca rinascimentale". Non ambisce a tanto la convenzione tra ministero e Confindustria, firmata a fine convegno, per lò sviluppo dell'imprenditoria culturale. Ma è il primo atto - nero su bianco - per "codificare" la sinergia tra pubblico e privato. Nel nome e per conto del Bel Paese.
L'imprenditore si scopre mecenate - Siglata un intesa tra Ministero dei Beni culturali e Confindustria
Il ministro dei Beni culturali, Giuliano Urbani, ha espresso la sua opinione sull'importanza del mecenatismo nella cultura italiana. Secondo Urbani, il mecenatismo dei Gonzaga è un modello da seguire per conciliare interessi diversi, come artistici e culturali. Ha anche sottolineato l'importanza di sostenere progetti pilota di cultura contemporanea e di trasferire competenze e procedure alle istituzioni culturali. Il presidente della Confindustria, Cesare Annibaldi, ha sottolineato l'importanza di riconoscere ai privati un ruolo istituzionale nella tutela e valorizzazione dei beni culturali.
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