Avete presente il profilo di Torino, o almeno la sua immagine stilizzata e pubblicizzata con la Mole e con le Alpi? Non ci sarebbe proprio bisogno ci sarebbe di punteggiarlo di grattacieli alti come e più della Mole stessa, tanto meno di farlo in una zona centrale o accanto alla collina e al Po. Tanto più che questi grattacieli non verrebbero certo fatti per dare alloggi di edilizia popolare, ma per traslocare inutilmente uffici della Banca Intesa San Paolo e della Regione, per introdurre "segni forti" di potere, per creare valori immobiliari. Il fatto che i progetti siano firmati da due archi-star come Renzo Piano e Massimiliano Fuksas non c'entra niente, anzi serve solo a dare una copertura culturale a una operazione urbanistica discutibile. Alla vigilia di un passaggio decisivo nel consiglio comunale di Torino, il comitato "Non grattiamo il cielo di Torino" - che da qualche mese si batte contro questi megaprogetti -chiede attenzione all'opinione pubblica anche nazionale, perché il paesaggio urbano storico delle città italiane dovrebbe essere in qualche modo un patrimonio universale, e non un fattore secondario facilmente svendibile. In questo caso non dovrebbe esserci la querelle tra ambientalismo del "fare" o del "No" perché questi grattacieli non sono né tram né treni né pale eoliche, anche se i promotori del progetto garantiscono e promettono bassi consumi energetici grazie a particolari investimenti per opportuni accorgimenti edilizi. Ma si tratta, appunto, solo di una riduzione dell'aumento dei consumi energetici che comunque l'aumento delle cubature edilizie provoca. Si tenta, naturalmente, di farla passare come un'operazione che favorisce l'occupazione, nel caso della banca San Paolo: ma tutti i sindacati, anche quelli favorevoli al grattacielo per patriottismo aziendale, hanno riconosciuto che non saranno i piani alti affacciati sui centro di Torino a piemontese invece di essere trasferiti (come sta succedendo) a Milano. A mezza bocca, nella classe dirigente torinese, sono in molti a riconoscere che questa torre nasce per un desiderio quasi personale del vecchio patron uscente del San Paolo Enrico Salza, ma l'operazione porta soldi come oneri di urbanizzazione alle casse comunali, e pazienza se c'è rischio di congestionare del tutto il "centro direzionale" di uffici che nascerebbe attorno alla stazione di Porta Susa. Il passaggio decisivo -anche se non ultimo - è quello di una variante urbanistica che autorizzerebbe la sopraelevazione delle costruende torri fino a 172 metri, più altre altezze di pannelli verticali che "non fanno volume". Qualche giorno fa si era aperta la possibilità che il consiglio comunale di Torino indica un referendum consultivo cittadino sulla costruzione di grattacieli nell'area centrale. La Sinistra Arcobaleno (che pure è parte della Giunta Chiamparino), tutta insieme, ha proposto un referendum consultivo di iniziativa del consiglio comunale per chiedere ai torinesi se sono d'accordo con torri alte più di 100 metri tra la Mole e le Alpi. Le prime dichiarazioni della opposizione di centro-destra - che pure con Fi e An appoggia il grattacielo - erano state di consenso all'ipotesi, visto che la cittadinanza è attenta, e divisa, su questa svolta nel profilo della città. Il Sindaco e il gruppo Pd si sono visti accerchiati ma a dar loro manforte sono scesi in campo gli editoriali de La Stampa e dell'edizione torinese di Repubblica, ambedue contrari al referendum ("non si possono mettere in discussione decisioni già prese", "se non voterà almeno il cinquanta per cento dei torinesi, il conto lo paghino quelli che il referendum l'hanno preteso".) Adesso Sindaco e Pd si dicono disposti solo a un eventuale futura consultazione su futuri sviluppi referendum il progetto San Paolo (di Renzo Piano) dato che la banca ha già comprato l'area al Comune. (Ma la licenza edilizia ancora non c'è e se davvero i cittadini sì pronunciassero per altezze massime di 80-100 metri, quindi contro l'attuale progetto di 185 metri, non sarebbe poi facile per ['immagine del San Paolo pretendere i danni dalla "sua" città.) Nella vicenda, più che mai aperta in queste ore, c'è un aspetto che inevitabilmente si intreccia con lo scontro politico elettorale. Nonostante il dissenso trasversale in città coinvolga anche l'area del Pd, sembra che istituzionalmente il partito facci di questi grattacieli una bandiera come fa della Tav. E' il caso o non è il caso di porre un deciso limite sìa al consumo di suolo che ai mega-progetti urbani? La salvaguardia del paesaggio vale solo per gli ecomostri sulle coste? Che dire poi - ecco l'altro aspetto, quello della democrazia locale - di questi referendum comunali? Se ci partecipa il 40 dei cittadini diciamo che son falliti? Ha ragione Fuksas (progettista di 220 metri di torre per la Regione a Torino e partecipante al lancio del programma del Pd) secondo il quale "Questi referendum sono ridicoli : in democrazia si vota per un'amministrazione e se non ti piace a fine mandato non la voti più" ? Si può ragionare su forme più leggere e insieme più raffinate di democrazia partecipata, sulle consultazioni, le giurie dei cittadini, i tavoli. Ma se non ci sono alternative praticabili e riconosciute, il referendum è comunque meglio dei giochi chiusi tra sindaci, banchieri e costruttori. (Salvo auspicabili ma improbabili salvataggi del paesaggio da parte del Ministero dei Beni Culturali.) Nella spietata marcia delle ruspe del bipartitismo speriamo che non si arrivi anche ad abolire qualunque forma di consultazione che riguarda i problemi. Le primarie le fanno solo per le persone (e non sempre.)