Aprire ala trasparenza, alla concorrenza, superare il pregiudizio ideologico che vuole lo Stato "padrone" assoluto dei luoghi di cultura; capire che musei, siti archeologici, monumenti, biblioteche, archivi rappresentano per davvero un importante settore economico con grandi potenzialità. Andare, insomma, oltre la legge Ronchey - che pure ha avuto il merito di svecchiare la gestione dei beni culturali - per prevedere alleanze pubblico-privato allargate, non limitate soltanto alle concessioni dei servizi aggiuntivi, ma estese all'organizzazione vera e propria dei siti, con possibilità di intervento nei restauri, nella manutenzione, nel reclutamento del personale, nei parametri di offerta al pubblico. Lo Stato deve, dunque, fare un passo indietro dalla gestione diretta del patrimonio e occuparsi dell'indirizzo e controllo della qualità dei servizi privati. Si tratta di aprirsi al mercato , con tutte le cautele indotte dal particolare tipo di ambito in cui si va a operare. Il passo indietro deve essere compiuto in nome della valorizzazione dei luoghi di cultura, che, messi in rete, producono ricchezze per interi territori. Finora dal legislatore sono, invece, arrivate soprattutto dichiarazioni di intenti, rintuzzate dalla rigidità con cui spesso (non sempre),si muovono ministero e soprintendenze. E' latto daccusa contenuto nel libro bianco "La valorizzazione della cultura fra Stato e mercato" predisposto da Confindustria (lassociazione che raggruppa buona parte dei gestori privati dei servizi aggiuntivi dei luoghi di cultura) e che verrà presentato mercoledì 27 alle ore 14,30 presso la Sala delle colonne della Luiss di Roma. A quindici anni dalla "Ronchey", ci si trova in una fase di stallo. Il pubblico continua a ritagliarsi un ruolo preponderante e spesso lapertura al mercato è più fittizia che reale, perché diversi raggruppamenti di privati finiscono con lavere le spalle coperte dalle amministrazioni pubbliche. Gli stessi operatori privati non sono, tuttavia, indenni da colpe, perché talvolta contribuiscono a creare situazioni di oligopolio «mediante - si legge nel libro bianco - lutilizzo immotivato di associazioni e raggruppamenti temporanei partecipanti alle gare o lincrocio di partecipazioni societarie e di amministrazioni». Un quadro di inefficienze, di scarsa trasparenza, di mancanza di concorrenzialità alimentato dallassenza di regole per mandare a gara le concessioni scadute o in proroga. Il Ministero ne ha predisposte di nuove, ma i privati non sono soddisfatti. Nonostante questo il settore dei beni culturali mostra segni di vitalità: negli ultimi anni sono cresciuti i visitatori dei numerosi luoghi darte (solo quelli statali nel 2006 erano 400, visitati da 34,5 milioni di persone, con un introito dalle biglietterie di 104 milioni) con una crescita degli occupati (dato riferito al periodo 1990-2000) del 18,3, mentre lavanzamento medio è stato del 2,3 per cento. Eppure, se si guarda al confronto tra valore aggiunto della cultura (differenza tra costi e ricavi) e fatturato ci si rende conto che il rapporto italiano (36,4) è quasi metà del francese (68,3), sopravanzato da quello tedesco (42,9) e superiore, invece, a quello della Spagna (29,3.per cento). Francia e Germania, insomma, "sfruttano" meglio il loro patrimonio. Situazione che trova riscontro nel paragone internazionale dei servizi informativi dei musei. La media di gradimento italiana non arriva a sei punti, mentre per altri grandi strutture come il British museum di Londra, il Metropolitan di New York e il Louvre di Parigi, si superano i sette punti. Risultati coerenti con lassetto strutturale e organizzativo dei nostri musei, «che tende a parcellizzare o diversificare le responsabilità gestionali non solo tra pubblico e privato, ma anche tra gli stessi privati». E' dunque necessario «un "nuovo paradigma" per lo sviluppo economico delle attività culturali».