Enrico Corti: «Il Codice Urbani giustifica l'allargamento del vincolo» CAGLIARI. Dopo la sentenza del tribunale amministrativo che ha stracciato le procedure che hanno portato all'allargamento del vincolo su Tuvixeddu, ieri è stata la giornata della riscossa. Legambiente ha mobilitato, nella sala del palazzo Viceregio, i maggiori studiosi del settore: archeologi e storici (da Giovanni Lilliu a Enrico Atzeni, da Marcello Madau ad Attilio Mastino, da Simonetta Angiolillo ad Alberto Coroneo, sino a Paolo Scarpellini), geologi (Felice Di Gregorio) e urbanisti (Enrico Corti). Tutti uniti nel difendere l'operato della Regione e l'allargamento del vincolo a tutto il colle (deliberato nell'agosto del 2007). Vincenzo Tiana, responsabile regionale dell'associazione ambientalista ha precisato, in apertura, che la sentenza del Tar è stata un arretramento «dal punto di vista culturale» e informato di aver chiesto «un incontro col ministero per fare presente la situazione». E informato che su Sant'Avendrace «l'impresa Cocco ha già ripreso i lavori. Noi non entriamo nel merito tecnico della sentenza, ma di quello che significa in termini di ritorno indietro in rapporto all'importanza del paesaggio, come stabilito dal Codice Urbani». Aspetto, questo, spiegato anche da Corti (che, tra l'altro, ha firmato il nuovo piano regolatore del comune di Cagliari). L'urbanista, pur senza entrare nel merito tecnico, ha contestato alcune considerazioni contenute nel pronunciamento del tribunale amministrativo. In particolare quella in cui si afferma che non sarebbe intervenuto niente di nuovo, in termini di ritrovamento archeologico, da giustificare l'allargamento del vincolo. Ma il problema, ha sottolineato Corti, è che «dal 2000, anno della firma dell'accordo di programma, a oggi sono sopravvenuti alcuni fatti molto importanti: il consiglio d'Europa ha portato all'attenzione degli Stati membri l'importanza del paesaggio (come valore politico e culturale per le identità dei popoli); indicazione poi tradotte nel codice Urbani». Impostazione che nega «il principio della produttività del bene paesaggistico, che non deve entrare nel meccanismo economico in quanto viene prima: è un bene culturale che non si possiede in quanto appartiene a tutti». Discorso analogo è stato fatto dall'archeologo Alfonzo Stigliz che ha ricordato la battaglia di Antonio Cederna per la difesa dell'Appia antica, a Roma, poi sancita con un atto d'imperio dell'allora ministro Mancini, che cambiò il piano regolatore di Roma. Paolo Scarpellini, già direttore (all'epoca delle decisioni su Tuvixeddu) delle sovrintendenze regionali e oggi responsabile in Calabria, ha ricordato l'assenso dato dal ministero all'intervento su Tuvixeddu. E pricisato che «l'accordo di programma è comunque subordinato al vincolo paesaggistico». Aspetto, questo, sottolineato anche da Carlo Dore, avvocato civilista, che ha fatto riferimento a una sentenza della Corte costituzionale di fine 2007 in cui si afferma che il bene paesaggistico è «un valore primario e assoluto». Giovanni Lilliu, decano degli archeologi sardi, impossibilitato a muoversi per l'età, ha fatto pervenire il suo appoggio al convegno tramite un video in cui ha ribadito «il grosso ingombro» che costituirebbe la lotizzazione prevista dall'accordo di programma. E rammentato quando, sin dagli anni Ottanta, chiedeva un grande parco per Tuvixeddu. Ma che strada seguire per salvare il colle? «Occorre puntare alle acquisizioni delle lottizzazioni previste - ha affermato Graziano Milia, presidente della Provincia - a suo tempo mi diedero del provocatore. Ma se lo avessimo fatto avremmo risparmiato molti soldi. Ora costruiamo un percorso concreto e possibile, che permetta di salvare il colle». Ipotesi, l'acquisizione (con relativo rimborso del privato), che ora propone (vedasi articolo di apertura) anche il presidente Renato Soru.