Mancano le targhette per le opere d'arte, non ci sono gli chef e le hostess scambiano Lucio Amelio per un ricercato Caro direttore, la promessa è allettante: «II Madre è il primo museo per l'arte contemporanea situato nel centro storico di una città». Ed è attraente anche l'idea di trasformare l'antico Palazzo Donnaregina, nel cuore nascosto di Napoli, due passi dal Duomo e dal Tesoro di San Gennaro, due da Forcella, l'ex-strada dei boss, in uno spazio per le opere contemporanee. Ma siamo, purtroppo, a Napoli. E tutte le meravigliose promesse contenute nel depliant del Madre si infrangono sugli scogli dell'approssimazione partenopea non appena si mette piede nel magnifico palazzo restaurato dall'architetto portoghese Alvaro Siza. Vero è che i napoletani, abituati a Montagne di saie e ad altre opere di artisti contemporanei come la Horn o Kounellis, una qualche dimestichezza con la loro arte ce l'hanno già, grazie agli allestimenti natalizi che, di anno in anno, hanno arricchito o, secondo un altro punto di vista, inguaiato piazza del Plebiscito. Altrettanto vero è, però, che addentrarsi al primo piano del Madre - per chi non avesse tale confidenza con Paladino o Richard Serra - significa fare un salto nell'ignoto. Le belle, luminose ampie stanze che accolgono infatti le opere di Francesco Clemente o di Jeff Koons non sono dotate nemmeno di una insegna microscopica che spieghi qualcosa al visitatore profano. Così capita di trovarsi di fronte a due enormi blocchi di acciaio lavorato con la fiamma ossidrica che solo gli addetti ai lavori possono riconoscere come opere di Richard Serra. Per i non appassionati, però, non è semplice comprendere che quei due oggetti sono opera di uno degli scultori più innovativi nella storia dell'arte moderna, che da sempre fa ricerca sui materiali di origine industriale. Metti ad esempio i teschi riprodotti del cimitero delle Fontanelle, che Rebecca Horn sistemò già in un allestimento natalizio. Le "capuzzelle 'e muorto", allora andate letteralmente a ruba a piazza del Plebiscito, dove erano state installate sotto a dei cerchi di luci al neon, le ritroviamo qui, al Madre, stavolta collocate di fronte a dei piccoli specchi. La Horn la spiega sul sito internet del Madre che l'intenzione era dare «l'idea di una vita che neanche la morte conclude dal momento che la rende partecipe dell'eternità». Ovviamente anche qui nemmeno un accenno né alla biografia e al percorso artistico della Horn né all'opera stessa. Non è solo questa la delusione per chi visita il Madre. A parte il bookshop delle dimensioni di una bancarella, i dolori arrivano anche in pausa pranzo: il depliant del Madre pubblica un numero per le prenotazioni. Numero al quale chiamiamo, per sentirci rispondere di non preoccuparci, che non ci sono problemi. Una volta giunti però al ristorante, scopriamo che «oggi non si può mangiare, non ci sono gli chef». Dunque ci si accontenta di un'insalata, rimpiangendo le caffetterie della Tate Modern di Londra o del Moma di New York. Dopo il frugale salad-break ci si addentra al secondo piano: qui le cose vanno un po' meglio. Nel senso che le opere hanno autore, anno, titolo in calce. Ma le informazioni finiscono qui (ed è inutile chiedere spiegazioni su un soggetto di Warhol alle gentili "guardiane" del museo, che confondono Lucio Amelio con un ricercato). Se è vero, come promette il famigerato depliant, che il percorso espositivo del secondo piano si dipana seguendo le vicende più significative dei linguaggi artistici dalla fine degli anni Cinquanta fino all'inizio dei Novanta, non si capisce perché, prima di entrare nelle varie sale, non ci sia nulla che spieghi questo percorso, tanto più che secondo i curatori «si è voluta privilegiare una prospettiva di accostamenti e incroci tra varie tendenze, sia dal punto di vista artistico che da quello geopolitico». Sarebbe valsa la pena di rendere fruibili alcuni lavori: perché se è chiaro il messaggio di Shitty World di Gilbert and George, non altrettanto può dirsi di una buona percentuale di altri lavori esposti al secondo piano del Madre. Al terzo piano, dove ci sono invece le mostre temporanee, è in scena la fotografia di Thomas Struth, il fotografo tedesco famoso per i suoi scatti nelle strade deserte di diverse città e per le sue immagini degli spettatori di musei e chiese. Dopo aver riconosciuto strade e vicoli napoletani, arriva però finalmente l'emozione da lasciarti senza fiato: ecco i tetti dei vicoli del quartiere Vicaria. Le antenne paraboliche che sovrastano balconcini sgarrupati, i panni stesi da asciugare e, soprattutto, i tre Super Santos arancioni sgonfi, abbandonati su un tetto color ematite. Dal finestrone del Madre non si vede il Tamigi o il London Eye. Ecco Napoli. Non avevamo dimenticato nemmeno per un istante di essere qui.
Napoli. Benvenuti al museo senza segnaletica
Il Madre è il primo museo per l'arte contemporanea situato nel centro storico di Napoli. Il museo è stato restaurato dall'architetto portoghese Alvaro Siza e ospita opere di artisti contemporanei come Francesco Clemente e Jeff Koons. Tuttavia, il museo non è ben segnalato e le opere non sono accompagnate da spiegazioni. I visitatori devono avere una conoscenza precedente dell'arte contemporanea per apprezzare le opere. Il museo non ha un ristorante e i visitatori devono mangiare in un'insalateria. Il percorso espositivo del museo è ben organizzato, ma le opere non sono accompagnate da spiegazioni. Il museo ospita mostre temporanee, tra cui una fotografia di Thomas Struth.
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