Migliaia di oggetti geniali, frutto del braccio bricoleur di Giacomo Balla il futurista, artista a suo tempo povero di mezzi e quindi costretto a farsi un po' tutto da solo, usando la sega e i tubetti di colore giallo, azzurro, rosso (nero no, lo odiava). Ecco «Casa Balla», un appartamento in via Oslavia 34 B a Prati che nessuno vede perché chiuso da anni al pubblico, oggetto di lite giudiziaria, formidabile luogo della memoria con quadri, sì, ma anche pareti, soffitti, pavimenti dipinti dall'artista insieme a oggetti d'uso d'ogni genere e tipo. Armadi, utensili, cassettoni, copritubo, cavalietti, squadre, compassi, scatole, vassoi, vasetti, sedie, mensole, cassa-panche, divani, scaffalature, lumi, appendiabiti, appendichiavi, foulard, vestiti, giacche, giacche-pantaloni, credenze, piatti, pettini, sgabelli, letti, finestre...Un trionfo di futurismo. Tutto chiuso, a doppia mandata, un tesoro dimenticato al quarto piano del palazzo di via Oslavia, bendiddio omaggiato quasi vent'anni fa in una memorabile expo a Villa Medici curata da Enrico Crispolti. Oggi semi-dimenticato. Spaventoso, in una città così ricca di bellezze, che sa però anche buttare tanti suoi tesori. Giacomo Balla morì il 1 marzo di cinquant'anni fa. Milano, città in cui Balla andava ogni tanto per far visita all'amico Boccioni, gli ha dedicato una retrospettiva con 204 opere. Bene. A Roma Giacomo Balla, sceso dalla natia Torino, visse per tanti anni e negli ultimi trenta (dal '28 al '58) in quella casa. Prima aveva abitato in via Paisiello, poi a Valle Giulia, ma fu in via Oslavia che nacque «Casa Balla», la più perfetta nonché unica rappresentazione di una casa-studio-abitazione futurista genialmente concepita come un tutt'uno. Nel senso che là dentro tutto è futurista e di ma-110 dell'artista, nonché delle due figlie Elica e Luce sopravvissutegli rispettivamente fino al '93 e al '94. Tutto chiuso, nessun progetto, solo «memorie» ad uso giudiziario per la lite nata dopo il maggio 2004 e il vincolo di tutela posto finalmente dallo Stato, ma impugnato subito da lontani parenti dell'artista (una discendente di Elisa Marcucci, moglie di Balla, la docente Laura: il ricorso è firmato per lei da Mario Cambellotti, altro discendente dello scultore). E così, mentre è alle porte anche il cente-nario del Manifesto del futurismo (il febbraio 2009), che fine fa «Casa Balla» a Roma? E che fa Roma per Balla? A parte la provocazione di «Rosso Trevi», che l'ha citato nell'anonimo volantino che accompagnava il getto d'anilina dentro la fontana, una sorta di doloroso oblio sembra calato sull'artista. «Il faldone su Casa Balla è molto alto - spiega Anna Maria Romano della Direzione regionale dei beni culturali -. Il ricorso di un ramo degli eredi, non i nipoti però del pittore. La "memoria" dell'Avvocatura dello Stato, favorevole al vincolo. Il catalogo di tutte le opere dell'appartamento. Stop. Manca ovviamente il progetto per valorizzare la casa come museo». La sovrintendente della Galleria nazionale d'arte moderna, Maria Vittoria Clarelli Marini, allarga le braccia: «Se ce lo chiedono siamo pronti a stendere un progetto. Ma il contenzioso blocca tutto». Al Tar l'udienza non è neanche fissata. I nipoti di Balla, Alessandro e Vittorio, osservano: «II vero assente è lo Stato. Noi Balla la nostra parte l'abbiamo fatta, donando 35 opere alla Galleria Nazionale». Enrico Crispolti, critico d'arte, chiosa: «Una vera tragedia. Bisognerebbe trovare uno sponsor, fare il restauro di una casa chiusa da tempo, chiudere i contenziosi giuridici, valorizzare questo bene...». Bisognerebbe, bisognerebbe, bisognerebbe.
Querelle Balla
Casa Balla è un appartamento futurista a Roma, in via Oslavia 34 B, che è stato chiuso al pubblico per anni a causa di una lite giudiziaria. L'appartamento è stato dipinto da Giacomo Balla, un artista futurista, insieme a oggetti d'uso quotidiano. La casa è stata oggetto di una memoria giudiziaria, ma il contenzioso è ancora in corso. I nipoti di Balla, Alessandro e Vittorio, hanno donato 35 opere all'Galleria Nazionale, ma il progetto di valorizzare la casa come museo è bloccato. Lo Stato ha dichiarato il vincolo di tutela, ma i nipoti sostengono che il vero assente sia lo Stato.
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